Dalla Val di Non alla Calabria, ecco le Indiana Jones dei vitigni autoctoni

 
Sono le vignaiole che lottano per difendere tradizioni e territorio, proteggendo e coltivando uve a rischio di estinzione: "Ricerca e passione per salvare le nostre radici"
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Caricalasino, Baratuciat, Uvalino, Groppello, Nascetta, Magliocco, Ammaccaferro, Pairolé e Pulceinculo. Nomi buffi, quasi fiabeschi per vini che, infatti, raccontano una favola: “C’era una volta…” un’uva che si trasportava sul dorso dell’asino giù dalle ripide colline dell’Acquese, oppure “c’era una volta…” l’uva con l’acino stretto e compatto come un nodo (“groppo” in dialetto trentino), o quella, invece, con gli acini lunghi simili agli attributi del gatto (“bale du ciat”, in piemontese). Non c’è certezza, ovviamente, che l’etimologia richiami davvero tali ataviche espressioni, che affondano le radici in storie agresti di un passato contadino e remoto, ma è sicuramente una suggestione che aiuta lo storytelling. Oggi molti di questi antichi vitigni autoctoni, a un passo dall’estinzione, hanno incrociato anime cocciute e lungimiranti disposte a dar loro una nuova vita, complice il fatto che un certo mercato sembra sempre più ben predisposto verso vini minori tanto identitari, piccole perle iper-territoriali. Sono missioni speciali per Indiana Jones dell’enologia, di cui si fanno carico sempre più spesso le donne in cantina o in vigna.

Il vigneto varietale della famiglia Librandi a Cirò Marina 

Qui Val di Non 

È il caso di Silvia Pancheri, proprietaria, con il marito Pietro, della Cantina Laste Rosse in Val di Non, terra di mele ma anche di vini, uno in particolare: il Groppello di Revò, un autoctono a bacca rossa antichissimo e radicato nella storia dell’agricoltura di montagna della provincia di Trento, ma poco redditizio e non facile da “governare” (è selvaggio, non ha selezione genetica e la produzione è incostante). Troppo a lungo bistrattato, tutt’al più ammesso come spartano vino da tavola, praticamente scomparso: “Nel 2000 c’è stato un tentativo di recupero, c’erano 15 ettari e 20 produttori, oggi però gli ettari sono scesi a 5, di questi uno è il nostro: arriviamo a 2500 bottiglie” dice Silvia che dopo 15 anni di battaglia pressoché in solitaria ha deciso ora di coinvolgere tutti, ma proprio tutti, nella crociata per il Groppello di Revò. “Così è nata l’idea della campagna “Adotta un filare”, con 100 euro chiunque può impegnarsi nell’adozione per 12 mesi, in cambio avrà sei bottiglie, una targhetta con il proprio nome e cognome sulla testata del filare e la mappa con l’indicazione della posizione esatta”, oltre all’impagabile sensazione di aver contribuito a salvare il Groppello. In pochi giorni sono stati adottati già 130 filari, con offerte anche da Svizzera, Repubblica Cieca, Stati Uniti. Si è acceso il faro, dunque, sul vitigno e sul suo vino, un rosso che profuma di sottobosco, dalla spiccata acidità, che non va bevuto prima di 2, 3 anni, perfetto con i piatti di montagna, come la polenta e i formaggi di malga: “Inoltre, proprio grazie alla innata acidità, riusciamo a farne anche uno spumante metodo classico, extra brut, con note di mandorla e il perlage fine e persistente”. Sui social il riscatto del Groppello di Revò è protagonista di stories e post ma anche di un “movimento d’amore chiamato You Are Groppello” che ha avuto il merito di svecchiarne l’immagine e renderlo molto pop. “E il 15 maggio abbiamo inaugurato la prima Big Bench del Trentino proprio in una nostra vigna”.

Le sorelle Marenco 

 

Qui Monferrato

Già collaudata, instagrammata e fotografata, invece, l’altra Big Bench (la grande panchina), firmata Chris Bangle, una delle più famose in Piemonte, quella di Bricco Lù (Castigliole d’Asti) affacciata sul Monferrato, dono di Cascina Castlet in occasione dei 40 anni della Barbera d’Asti “Passum”. Alla titolare, Mariuccia Borio, va il merito di aver rilanciato un mitico rosso, l’Uvalino: “è il vino della mia infanzia, mi ricorda la vendemmia di novembre, nei giorni dell’estate di San Martino, quando rientrata da scuola andavo a raccogliere l’uva”. Negli anni 90 le vigne sono state estirpate: altre scelte, altre priorità, per quella fetta di Piemonte che alla campagna preferiva la città, e di quel vino si sono perse le tracce. “Ma io non volevo scomparisse del tutto, così assieme all’Istituto sperimentale di Asti, ci siamo messi a cercare le ultime viti e filare dopo filare abbiamo ridato linfa al vitigno”. Oggi Cascina Castlet produce 5 mila bottiglie di “Uceline”, rosso impegnativo e da meditazione: “Era il vino che si offriva all’ospite importante, al sindaco o al medico che veniva a farci visita”.

Mariuccia Borio, paladina dell'Uvalino a Costigliole d'Asti 

Senza fare troppa strada, bastano 35 chilometri tra le colline per incontrare, a Strevi, nella valle Bagnario (Alessandria), le sorelle Marenco - Doretta, Patrizia e Michela - alla guida dell’omonima azienda di famiglia, nota non solo per Moscato e Brachetto, ma anche per lo straordinario lavoro di tutela e recupero del Caricalasino: “Vent’anni fa ne abbiamo ereditato un po’ dal nostro vicino di vigna – racconta Michela - e ci siamo sentite in dovere di portare avanti quella tradizione, che altrimenti rischiava di essere dimenticata”. Così hanno fatto selezione in vigna, poi le prime barbatelle. Inizialmente si credeva fosse un Vermentino arrivato dalla Liguria attraverso la via del sale, ma poi l’ampelografa Anna Schneider ne ha identificato il dna. Ora il Caricalasino ha la sua carta d’identità. È  un raro autoctono, delicatamente aromatico, longevo, molto fresco, sapido e minerale, muscoloso: “Una Barbera bianca, cioè un bianco con la struttura di un rosso, affinato per 6 mesi in barrique dopo la fermentazione in acciaio”. Per Marenco quella del “Carioloso” (nome in dialetto) resta una produzione di nicchia: “Abbiamo una ventina di filari, ma l’aspetto positivo è che anche altri produttori ora hanno cominciato a piantarlo”.

Qui Cirò Marina 

Nel Sud Italia c’è Teresa - con lo zio Nicodemo, il fratello Francesco e i cugini Raffaele e Paolo – che fa parte della terza generazione dei Librandi, pionieri della ricerca. Oggi l’azienda, tra le colline di Cirò Marina, sulla costa ionica dell'alto crotonese, è una delle più importanti della regione, con i suoi 2,5 milioni di bottiglie, 25 dipendenti in cantina e 80 nelle sei tenute che compongono la galassia Librandi. Tra i 232 ettari di vigneto, un posto speciale lo hanno gli autoctoni minori, come il rosso Magliocco e il bianco Mantonico (se ne hanno tracce in Calabria già nel 1601). “Negli anni 80 ci siamo ingranditi e contestualmente abbiamo deciso di puntare su vitigni internazionali, una scelta dettata all’epoca soprattutto da motivi commerciali, e che nel tempo si è comunque dimostrata premiante – racconta Teresa – ma poco dopo abbiamo sentito l’esigenza di valorizzare l’identità della Calabria attraverso i suoi autoctoni, con il consenso entusiasta del nostro enologo, Donato Lanati, e del professore Attilio Scienza”. La ricerca dei Librandi sui vitigni regionali è stata immensa: “Abbiamo recuperato 200 varietà, disposte oggi nel “giardino varietale” dalla caratteristica forma a spirale”. Da qui nascono alcuni dei vini più importanti e rappresentativi, frutto di questo lavoro di “eno-archeologia”, come Efeso e Megonio. Il primo – 15 mila bottiglie – da uve Mantonico, con la sua sostenuta acidità, è un bianco complesso e longevo, il secondo – 35mila bottiglie – da uve Magliocco, è carico e intenso, ricco di polifenoli e piuttosto tannico.