L'eroe italiano della pandemia, dalla Croce Rossa al Noma: "È un sogno che si avvera"

Benjamin Gunsch è direttore della Croce Rossa di Pesaro dal 2016 
Benjamin Gunsch, direttore della sede di Pesaro, tra i 100 vincitori (di cui 3 italiani) della cena del ristorante di Copenaghen dedicata a chi ha aiutato la sua comunità durante l'emergenza: "Sono stati mesi di paura. Spero che mia figlia possa vedere il mondo senza mascherine"
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«Penso che il comandante debba essere l'ultimo ad abbandonare la nave». E quindi Benjamin Gunsch stava là, nella sede della Croce Rossa di Pesaro, tutti i giorni, 12-13 ore al giorno. «Vedevo la paura negli occhi dei soccorritori. Dicevo "ragazzi stiamo facendo la cosa giusta", e cercavo di dar loro un po' di conforto e il massimo di protezione per andare là fuori a esporsi al virus. Ma ogni volta che prendevo una decisione avevo paura. Sentivo una responsabilità enorme perché vagavamo nell'ignoto - racconta -. Tornavo a casa e sotto la doccia ripensavo a tutto. E avevo paura». Tre mesi così, quelli angosciosi della prima ondata della pandemia. «Tre mesi al termine dei quali sono tornato a respirare e mi sono accorto, improvvisamente e dolorosamente, che mia figlia era cresciuta. E io mi ero perso la sua crescita». 

Benjamin in ufficio con sua figlia Greta, nata l'8 gennaio 2020 

Benjamin Gunsch dal 2016 è il direttore della Croce Rossa di Pesaro. A gennaio del 2020 è nata la sua prima figlia, Greta, e a marzo è stato inghiottito dall'emergenza. L'Italia era chiusa in casa per il Covid, in affanno con gli stumenti di protezione: impennata dei contagi, centinaia di morti, assenza di mascherine. «In piena pandemia per un pallet di un metro cubo di materiale su un aereo dovevi aspettare 2-3 settimane» ricorda Gunsch. Che però, previdente, aveva fatto ordini dalla Cina in anticipo, riuscendo così a non andare in sofferenza: «Non c'erano indicazioni su cosa fare, si brancolava nel buio. Allora ho ripreso il protocollo Ebola, di cui avevo la documentazione, che indicava i kit di protezione: guanti, mascherine ffp2 filtranti, tute, visiere. Ho ordinato le stesse cose». Risultato: «Su 400 persone tra dipendenti e volontari solo 2 si sono sicuramente contagiate sul lavoro».

Con l'assessore comunale al Patrimonio Riccardo Pozzi durante la consegna gratuita di mascherine a Pesaro  

Per il suo impegno durante quei mesi drammatici, Benjamin è rientrato, insieme ad altri due italiani, nella lista dei "100 eroi internazionali della pandemia" del Noma. Il ristorante stellato di René Redzepi lo scorso marzo ha annunciato che avrebbe riaperto offrendo una cena a 175 persone, di cui 75 danesi, che si erano distinte per aver aiutato la propria comunità durante la pandemia. Chiunque poteva candidare ed essere candidato. «Il primo maggio ho ricevuto una mail con questo oggetto: "Eroe della pandemia - cena al Noma". Pensavo a uno scherzo e invece era tutto vero. Appena si potrà viaggiare, anche a giugno, andrò. Per me è un sogno che si avvera».

La cena è per due, e con lui ci sarà suo fratello, che vive in Danimarca e che, senza dirgli nulla, lo ha candidato. «Cosa ordinerò? - si fa venire l'acquolina in bocca Gunsch -. Se potrò affidarmi allo chef lo farò, menu sorpresa». Trentatré anni, direttore della Croce Rossa dal 2016 «e fino al 2017 anche autista-soccorritore volontario (poi la legge non lo ha più permesso)», Gunsch ama girare per ristoranti e cucinare: «A casa cucino sempre io, almeno a cena. Molto pesce, d'altronde siamo a Pesaro, ma anche canederli, gulash e spiegeleier (uova saltate con speck e patate). Cucina tirolese, io sono originario della Val Venosta».

La situazione, per chi come lui gestisce ambulanze, «oggi è stabile - dice -. La paura ci ha resi tutti più attenti. E poi la cosa più terribile del Covid è stato l'ignoto, il non sapere cosa fare, quanto sarebbe durata, come proteggersi. Oggi per fortuna non è più così. Allora due volte alla settimana avevamo un aiuto psicologico. Di gruppo e individuale, se necessario. Io ho fatto entrambi. Non l'ho vissuta bene. Sentivo il peso della responsabilità della squadra. Quella squadra che mi ha dato al contempo la forza di andare avanti, ma è stata dura. Ad un certo punto, forse ad aprile quando di nuovo mancavano le mascherine, dicevano che per chi non faceva terapia respiratoria era sufficiente usare la chirurgica. Ho deciso di non arretrare e mi sono preso la responsabilità anche economica, in cda, di continuare con le facciali filtranti».

Con la moglie e la figlia 

Dopo quei mesi duri, che hanno creato difficoltà anche in famiglia («mia moglie ha dovuto fare tutto da sola con Greta appena nata»), a maggio «ho ripreso a respirare. E siamo andati in vacanza, al Conero». Alle vacanze Benjamin - che poi il Covid lo ha avuto a novembre, portato dal nido della piccola - pensa anche ora: «Io vorrei in Puglia, mia moglie in montagna. Vincerà lei - sorride - ma l'importante è stare insieme». Magari senza mascherina, prima o poi. «Greta ha vissuto tutta la sua vita vedendo la gente mascherata - osserva - le abbiamo detto che è un lungo Carnevale, speriamo che la situazione cambi».

Greta che è nata appena in tempo per salutare il suo bisnonno: «È nata l'8 gennaio alle 21 e per fortuna ho potuto assistere al parto, non erano ancora iniziate le restrizioni nei reparti. In ospedale era ricoverto anche mio nonno. Ho avuto il tempo di andare da lui e dirgli che era nata e, due ore dopo, è mancato, come se si fossero passati il testimone».