Bruno Vespa diventa ristoratore: cucina di mare a Manduria

Bruno Vespa con la moglie e i figli 
Nasce il Santa Chiara a Li Reni: piatti improntati sul pesce con abbinamenti ad hoc di vini. E in cantina debutta "Donna Augusta", un bianco con la struttura di un rosso dedicato alla moglie del giornalista-viticoltore
2 minuti di lettura

E Bruno Vespa divenne ristoratore. Non un ripiego e nemmeno un addio al giornalismo, ma l’esplosione di una passione che nasce prima col vino e poi dal 2015 con la ristrutturazione di una masseria di Manduria del XVI secolo che fu prima residenza gentilizia della famiglia Troiani e poi monastero benedettino fino ai sequestri napoleonici. Oggi Masseria Li Reni è un fascinoso relais di 600 metri quadrati con 13 suite e ogni comfort, che dista 15 minuti dal mare. A fine maggio aprirà la cucina, con 40 posti a sedere fra esterno e interno e la brigata intera del ristorante Menelao a Santa Chiara di Turi che ha offerto lo spunto per chiamarlo Santa Chiara a Li Reni. Così fino a ottobre, quando poi la squadra del giovane chef Sergio Traversa tornerà a Turi per la stagione invernale.

L'esterno della masseria di Bruno Vespa  

La cucina è improntata soprattutto sul pesce, ma non mancheranno piatti di carne (il filetto di vitellino podolico o l’agnello alla griglia in salsa di menta per esempio) perché poi c’è la curiosità di abbinare i vini, che oggi sono prodotti in 12 etichette per 300mila bottiglie complessive. Nell’ottobre del 2014 sulle pagine de La Stampa mettemmo a confronto le prime bottiglie prodotte da Vespa e da Massimo D’Alema che in comune avevano il medesimo enologo, Riccardo Cotarella, oggi presidente di tutti gli enologi italiani. E allora emerse un vino, che era un corposo Primitivo di Manduria battezzato “Raccontami”, anche se nel maggio del 2019, sempre su La Stampa, intercettammo Helena, il Nero di Troia della maison, che debuttò e Vinitaly e che oggi rimane il vino che Bruno Vespa ritiene la migliore scommessa vinta.

Tuttavia il vino è una passione senza confini, assecondata dalle frequentazioni con Luigi Veronelli e da amici del Veneto che all’età di 70 anni lo convinsero a passare da degustatore a produttore. Così lo scorso anno, forse in omaggio alla sua conversione, ecco la nascita di un Rosso veneto-pugliese, il Terregiunte, blend tra  l’Amarone della Valpolicella Classico “Costanera” di Masi Agricola  e “Raccontami”, Primitivo di Manduria prodotto dalla cantina dei Vespa nell’annata 2016. Un vino unico e in edizione limitata (si fa per dire): 13mila bottiglie oltre a 500 magnum. 

Una delle suite del complesso  

Ieri ha invece debuttato Donna Augusta, un bianco dedicato alla moglie, anch’ella coinvolta coi figli nell’avventura, che desiderava un Bianco che avesse il corpo di un rosso. È nato questo Salento Bianco 2019 che Riccardo Cotarella ha studiato a fondo prima di giungere al blend composto da chardonnay (40%), fiano (30%) e verdeca (30%), l’uva bianca locale che dà un contributo determinante alla freschezza di un vino, nato per affinarsi negli anni. Sono appena 3.200 le bottiglie prodotte, al costo di 25/30 euro ciascuna, ma in enoteca si troverà a molto di più. Ha un colore oro brillante di bella consistenza con riflessi verdognoli; al naso senti note di miele e banana, che sono i descrittori del fiano e dello chardonnay, ma poi viene fuori una complessità di spezie (origano), bergamotto, mandorla amara e salvia. Viene affinato in piccole botti realizzate con 8 legni diversi di bassa tostatura. In bocca l’ingresso è morbido, ma poi si sprigiona la freschezza della verdeca e chiude con una sapidità marcata che emerge dalla mineralità del suolo pugliese. Con le penne pugliesi di Benedetto Cavalieri al ragù di triglia e bottarga di muggine di chef Traversa, direi che ci può stare più che bene.