L'intervista

Fulco Pratesi: "Un'orsa con tre cuccioli mi convertì all'ambientalismo"

Fulco Pratesi con Filippo di Edimburgo
Fulco Pratesi con Filippo di Edimburgo 
Il fondatore del Wwf Italia, per anni a capo del Parco nazionale d’Abruzzo che progettò nel 1968, racconta 50 anni di ecologismo e la nascita dell’associazione. Il presidente era Filippo di Edimburgo. “Ora le nostre Oasi sono oltre 100 per più di 35mila ettari. Un grande parco diffuso”
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Fulco Pratesi conserva a 87 anni l'entusiasmo e la curiosità di un bambino. Non ha bisogno degli occhiali per leggere e cammina eretto senza bisogno di un bastone. La natura lo ha aiutato ma, dice lui "ci si aiuta anche da soli". Il padre era un costruttore, "vivevamo bene e non ci mancava nulla ma eravamo sette figli e non si nuotava nell'oro". Avrebbe voluto studiare scienze naturali, "mi dicevano che l'unica cosa che avrei potuto fare era l'insegnante, come se non fosse una professione onorevole e bellissima, e poi c'era l'impresa di famiglia. Sai disegnare, capisci la matematica, mi dicevano, meglio architettura". Così si iscrisse ad architettura, si laureò, aprì uno studio e si mise a lavorare. "Con soddisfazione, ho fatto cose belle con amore per la storia degli edifici e dei luoghi e affetto per le persone che avrebbero abitato quelle case. Mi è capitato anche di restaurare un edificio per Enrico Cuccia".

Come arrivò a lei?
"Già durante l'università per guadagnare qualcosa lavoravo con un grande arredatore romano, faceva cose bellissime, arredava per aristocratici, grandi professionisti, imprenditori. È stato così che Cuccia mi conobbe. Doveva restaurare un edificio in disuso a Meina sul Lago Maggiore e mi chiese di trasformarlo in una villa elegante in stile '700. Non gli dissi che avevo studiato soprattutto Le Corbusier e la grande architettura moderna, ma feci del mio meglio. Ne fu contento. Molti anni dopo passai insieme a Grazia Francescato da quelle parti e le dissi 'andiamo a vedere una casa che ho fatto io', lei bussò, ci aprirono e i figli di quel grand'uomo che era stato Enrico Cuccia ci accolsero festosamente".

Poi però lasciò l'architettura per la natura.
"È stato quando lasciai anche la caccia. Ero in Turchia, a caccia appunto, quando mi passarono davanti un'orsa con i suoi tre cuccioli, fu una specie di conversione sulla via di Damasco. La natura e gli animali, che avevo sempre amato, mi sembrarono così preziosi che non si poteva danneggiarli e anzi si doveva ostinatamente difenderli. Così lasciai il fucile per il binocolo e per i pennelli e in qualche modo anche l'architettura".

Non si può amare la natura ed essere architetti?
"Costruiamo troppo, copriamo il territorio di cemento, ferro, asfalto, trasformiamo territori bellissimi in orribili selve di grattacieli. Ma dovevo lavorare per mantenere la famiglia, avevo tre figli che poi sono diventati quattro, mi dedicai all'urbanistica e poi sempre di più alla progettazione di parchi naturali, riserve e oasi naturalistiche in Italia e all'estero. Ma non rinnego l'architettura, mi sento profondamente, intimamente architetto".

Cosa vuol dire progettare un parco naturale?
"Avevo cominciato con la Cassa per il Mezzogiorno a lavorare su zone naturalistiche da valorizzare nelle regioni meridionali, poi nel 1968 fui incaricato da Italia Nostra di fare un piano per il Parco nazionale d'Abruzzo. È stato un lavoro profondo, diventato una sorta di guida per i piani successivi. Progettare un parco naturale vuol dire andare sul territorio e conoscerne a fondo le caratteristiche, la flora, la fauna e analizzarne le esigenze, parlare con le persone per comprendere le loro e infine trovare il punto di incontro più avanzato tra gli interessi degli umani e quelli della natura".

E progettare riserve e oasi naturali, dove gli uomini non ci sono?
"Bisogna trovare il modo di preservarle e, dove è possibile, di valorizzarle senza alterare l'ecosistema".

Lei è un illustratore, un acquerellista, è un talento di famiglia?
"Mia madre dipingeva. Io ho disegnato da quando ero piccolissimo e sempre piante e animali".

Perché solo con gli acquerelli?
"Perché basta l'acqua, non servono solventi e altre sostanze chimiche. E perché è pratico, io ho una scatoletta di cinque centimetri per dieci che porto in tasca insieme a un taccuino, ho dipinto persino un rinoceronte stando in groppa a un elefante".

Ha mai venduto le sue opere?
"Feci una mostra al Sant'Erasmo a Milano e un'altra ne organizzò il mio amico Antonello Ruffo nei giardini della sua tenuta di Paliano, ma non vendetti nulla. Una volta però grazie ai pennelli guadagnai invece parecchio: stavano completando l'Hotel Romazzino in Costa Smeralda e mi chiesero cento quadri di varie dimensioni e cinquanta opere su ceramica, rappresentai solo animali e piante della Sardegna e mi furono pagati assai bene".

Che cosa le dà il disegnare?
"Ancora più dello scrivere, disegnare è un po' ripercorrere l'opera della creazione del Padre Eterno, si crea con le mani, con un pennellino minuscolo, è un piacere intenso".

Lei ha viaggiato moltissimo in tutti i continenti, cosa la spinge?

"La curiosità, il piacere di viaggiare per conoscere questo mondo meraviglioso e vedere gli animali e la natura. Viaggiare per vedere l'orso polare, la tigre siberiana, il leone indiano sono avventure strepitose, si conosce gente straordinaria, si visitano luoghi incontaminati. Viaggiare è bellissimo".

Quando ha cominciato?
"A diciannove anni facevo il primo anno di architettura e i miei compagni d'estate andavano in Scandinavia a vedere le opere di Alvar Aalto..."

E per le ragazze probabilmente...
"Non probabilmente, certamente, ma io alle ragazze non ho mai pensato. Ne avevo una nella mente e nel cuore da quando io avevo 17 anni e lei 14: è mia moglie Fabrizia, la mamma dei mei quattro figli, architetta e amante della natura e degli animali anche lei".

Torniamo al primo viaggio.
"Quando lo racconto mi sembra di essere quel Manuel Fantoni di Borotalco, il film di Carlo Verdone, quando dice 'uscii di casa e mi imbarcai su un cargo che batteva bandiera liberiana'. Io mi imbarcai su un cargo che batteva bandiera panamense, scherzo... la bandiera era italiana, per andare in Kenya e in Tanganica, sulle tracce di Ernest Hemingway che mi piaceva moltissimo e del quale avevo appena letto Verdi colline d'Africa. E per andare a caccia naturalmente. Poi sempre viaggiando su navi da trasporto sono andato in Congo e in tanti altri posti, mai in aereo. Allora per quei posti non ce n'erano, e anche per spendere poco".

Ha già raccontato la sua conversione davanti alla famigliola di orsi, ma prima della conversione cos'era la caccia per lei?
"Era una cosa normale, mio padre era cacciatore, molti zii e amici lo erano. Sin da bambino avevo il mio fuciletto per sparare agli uccellini. Allora era normale, per andare in mezzo alla natura si andava a caccia o a funghi, il birdwatching non esisteva. Ma non sono mai stato uno che sparava molto, neanche mio padre lo era, era più l'emozione di scoprire gli animali".

Poi, rispettando la legge degli ex, è diventato un crociato contro la caccia.
"Succede con gli amori traditi, o dopo i risvegli, come è accaduto a me quando ho scoperto che si può entrare nel mondo della natura senza usare la violenza. Ma non sono un fanatico, ho tanti amici cacciatori, lotto ostinatamente e per il momento inutilmente perché non si possa sparare agli uccellini e perché il proprietario possa vietare l'ingresso ai cacciatori nei suoi terreni. Solo in Italia si può sparare ai merli e alle allodole e ai cacciatori è consentito andare dovunque, anche in casa di chi vorrebbe proteggere quegli uccellini".

Nel 1966 lei ha fondato il Wwf, come le è venuta l'idea?
"Non è stata un'idea mia. Insieme a un amico appassionato di uccelli andavamo a osservarli nella laguna di Orbetello e scoprimmo che il Cavaliere d'Italia, un bellissimo trampoliere che pensavamo estinto, era tornato a nidificare lì. Scrissi una lettera al Wwf, che era nato nel 1961, era allora presieduto da Bernardo d'Olanda e aveva e ha sede in Svizzera, chiedendone il sostegno per creare un'area protetta e tutelare gli uccelli migratori. Sul momento non se ne fece nulla ma un anno dopo il segretario generale Franz Vollmar venne in Italia, mi telefonò e ci trovammo insieme intorno a un tavolo al ristorante della Fao al Circo Massimo. Mi disse che la mia lettera era la prima che avevano ricevevuto dall'Italia, mi chiese delle zone umide e delle specie e alla fine mi propose di costituire il Wwf Italia. Gli risposi che avevo tre figli e il quarto in arrivo, dovevo lavorare per mantenere la famiglia e non avevo grandi risorse, un loro aiuto sarebbe stato indispensabile. Mi rispose che dovevamo fare da soli altrimenti non avrebbe funzionato. Così facemmo, un gruppo di amici si riunì nel mio studio, mettemmo 20mila lire a testa, Alberto Osio, nipote del fondatore della Banca nazionale del lavoro divenne segretario generale e ci mettemmo al lavoro, era il luglio del 1966. Abbiamo fatto scelte coraggiose, prendere in affitto terreni e addirittura acquistarli anche per centinaia di milioni. Tra fare campagne e fare cose scegliemmo di fare cose e la gente ci ha dato fiducia e le risorse per farlo. Ora le Oasi del Wwf sono oltre cento per più di 35mila ettari, un enorme parco naturalistico diffuso".

Come avete cominciato?
"Avevo incontrato in casa di amici il marchese Antonio Resta Pallavicini, nella cui proprietà in Maremma, vicino Capalbio, c'era il lago di Burano, un luogo bellissimo molto amato dai cacciatori. Antonio mi propose di prendere noi in affitto il lago e i terreni circostanti per farne un'Oasi e proteggere le anatre, le folaghe e gli altri uccelli acquatici che lo popolavano e che ogni anno erano vittime di una vera carneficina. Saremmo subentrati a una società di cacciatori e avremmo dovuto pagare un affitto di 4 milioni all'anno e lo stipendio del guardiano. Un'impresa faraonica per noi, che potevamo contare sulle quote di 2mila lire degli allora 800 soci. Dibattemmo a lungo alla fine ci buttammo segnando così la strada. In seguito abbiamo affrontato operazioni ben più impegnative, come l'Oasi di 3.600 ettari che ha consentito la sopravvivenza del cervo sardo, ma la credibilità cui il Wwf godeva ci ha sempre consentito di trovare le risorse necessarie".

Come funziona il rapporto tra il Wwf Italia e la casa madre?
"Ogni sede territoriale deve versare annualmente al centro una quota di quello che raccoglie per finanziare la ricerca e gli interventi del Wwf in Paesi che non hanno risorse a sufficienza, in cambio possiamo utilizzare il simbolo, che è importantissimo, e le loro ricerche come abbiamo fatto per esempio per la campagna per il lupo italiano".

Il Wwf ha avuto presidenti come Bernardo D'Olanda e Filippo di Edimburgo, scorrendo i nomi delle persone impegnate in Italia sui temi della natura, del paesaggio, della tutela si trovano Agostino Chigi, Incisa della Rocchetta, Giulia Maria Crespi, Susanna Agnelli e via elencando. Era un mondo estremamente elitario.
"Non deve stupire, persone che hanno risorse e influenza e amano la cultura e la natura possono fare molto e a volte sono spinte anche dal desiderio di condividere e restituire parte di ciò che hanno avuto. Senza l'aiuto della marchesa Romanazzi Carducci per esempio non saremmo riusciti a realizzare le Oasi delle Cesine e di Torre Guaceto in Puglia e così è accaduto in molti altri casi. Filippo di Edimburgo era un cacciatore e un grande amante della natura, è venuto con me a visitare il Parco nazionale d'Abruzzo, ricordo che vedemmo una famiglia di orsi marsicani che giocava su un pascolo accanto a delle vacche".

Il presidente di Italia Nostra era Giorgio Bassani, la fondatrice del Fai Giulia Maria Crespi, aveva rapporti con loro?
"Bassani era quello che definirei un maestro, un grande uomo, una di quelle persone realizzate che riesce a trasferire agli altri. Giulia Maria Crespi era ricchissima, aveva una grande passione per la natura. Andavo a trovarla in Toscana e parlavamo di agricoltura, di rese per ettaro delle nostre colture biologiche. Lei è stata una pioniera dell'agricoltura biologica".

A quei tempi c'erano Italia Nostra e la Lega contro la distruzione degli uccelli, poi nacque il Wwf, poi ancora Legambiente e il Fai. Che rapporti c'erano tra queste associazioni? Erano in competizione?
"Italia Nostra, nella quale eravamo sia Osio che io, era orientata alla conservazione dei beni storici e culturali, e tra le tante cose è stata protagonista nella predisposizione della legge quadro sui Parchi nazionali, il Fai era impegnato nella conservazione e nel recupero, il Wwf nacque quasi come una costola di Italia Nostra, non in contrapposizione ma per coprire un terreno scoperto, quello più strettamente naturalistico. I rapporti sono stati ottimi anche con Legambiente, anche se loro mi definivano affettuosamente un ambientalista antico, ma voglio ricordare che il primo a manifestare contro il nucleare fu il Wwf a Montalto di Castro occupando la ferrovia. Ancora non mi spiego come sia riuscito a sfuggire all'arresto".

Lei è stato anche parlamentare dei Verdi ma pare che non le sia piaciuto.
"In effetti quell'esperienza non mi ha appassionato, a me piace essere sul campo".

Perché i Verdi in Italia hanno avuto meno successo che altrove?
"Me lo hanno chiesto spesso ma non ho una risposta, forse la presenza di un associazionismo così vitale, forse il fatto si essere collocati a sinistra".

Come vede oggi la situazione ambientale?
"Il Pianeta è molto malato e noi siamo troppi, la specie umana si espande a un ritmo non sostenibile, è un problema enorme. L'esplosione demografica porta miseria e degrado e distrugge il Pianeta, ma se ne parla pochissimo".

Qualche raggio di luce?
"Stiamo diventando più consapevoli e alcuni nodi si vanno sciogliendo. Il fatto che Wwf, Greenpeace e Legambiente si siano orientate a favore dell'eolico offshore è un passaggio positivo molto importante. Il conflitto tra tutela del paesaggio e decarbonizzazione esiste, ma va affrontato con intelligenza e flessibilità".

Quali sono i suoi luoghi del cuore?
"Il Parco nazionale d'Abruzzo, che ha celebrato in questi giorni  cento anni, metà dei quali con me coinvolto in vari modi (ne è stato presidente dal 1995 al 2005, ndr), e Pian Sant'Angelo, l'azienda agricola della nostra famiglia che mio nonno comprò nel 1923 con la sua liquidazione da ingegnere delle ferrovie. Abbiamo vissuto lì tra il 1943 e il '47 e quegli anni in campagna mi hanno segnato avvicinandomi enormemente alla natura. Quella tenuta è diventata Monumento Naturale della Regione Lazio".

Le ultime due domande. Cosa è per lei la bellezza?
"È la vita, in ogni essere, è il miracolo di quei cervelli minuscoli in esseri piccolissimi. La bellezza è il creato e non può esser disgiunta dalla salvezza del creato".

E che cosa è l'eleganza?
"È la sicurezza che traspare da un animo affettuoso".

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