L'intervento

"La finanza verde sia più cristiana"

Una gru all’interno della miniera di carbone di Krasnogorsky, Russia. Getty 
I risparmiatori che scelgono investimenti green devono studiare ciò che viene proposto e sostenere quello che veramente è sostenibile. Bisogna riconoscere che la finanza, oggi, è un ostacolo alla transizione ecologica
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Dal 2009 molte banche e istituti finanziari sembrano essersi convertiti alla "finanza verde": non si contano più, ormai, i prodotti finanziari e fondi di attivi "verdi".

Eppure, una debolezza regna nell'ambito della professione finanziaria: malgrado i tanti sforzi apparenti, la maggior parte degli attori e degli osservatori riconoscono, quando sono onesti, che la sfera finanziaria fa fatica a finanziare la transizione ecologica nella direzione di un'economia a bassa intensità di carbone. Questo è particolarmente vero per quello che riguarda la protezione della biodiversità.


La comunità internazionale, riunitasi a Marsiglia per il summit mondiale dell'Unione internazionale per la Conservazione della Natura, lo ammette: stiamo fallendo nel fermare la sesta estinzione di massa del vivente provocata dall'attività umana. Ora, la transizione ecologica è l'unico cammino che permetterà all'umanità di sfuggire al disastro ecologico di cui gli avvenimenti climatici di quest'estate ci hanno dato un antipasto drammatico (cosa perfettamente prevedibile e anticipata dai climatologi da oltre 10 anni).

La ragione di questo paradosso è che "la finanza verde" è stata inventata nei mesi seguenti alla catastrofe finanziaria del 2007/2009, con l'obiettivo di riconciliare l'opinione pubblica europea con le banche. Queste ultime non hanno per nulla cambiato il loro modello di business: hanno semplicemente imparato a fare del green washing. Così, i famosi green bonds non sono più o meno verdi di non importa quale obbligazione. In Francia, per esempio, ogni 10 euro di finanziamenti di progetti legati all'energia, le banche continuano a finanziare 7 euro per le energie fossili.

Il pianeta-finanza continua dunque a replicare il mondo di ieri. La maggior parte degli Stati continua a sovvenzionare il petrolio (compresa la Francia) e la maggior parte dei fondi di gestione di attivi non hanno che un apprezzamento molto approssimativo e benevolente al carattere ecologicamente sostenibile dei progetti nei quali investono.
 

Nel giugno scorso ho pubblicato un rapporto per tentare di spiegare la ragione profonda di questo paradosso. Studiando il bilancio delle prime 11 banche europee, ho scoperto che tutte possiedono così tanti attivi "scuri", legati direttamente alle energie fossili, che, se noi avanzassimo verso un mondo decarbonizzato, queste banche andrebbero in fallimento. Più precisamente, gli attivi legati alle energie di carattere fossile rappresentano in media il 95% dei fondi attivi delle banche (per guardare all'Italia, l'83% di Banca Intesa SanPaolo e il 105% di Unicredit). Si tratta di quella situazione che Mark Carney, il governatore della Banca d'Inghilterra, aveva battezzato "il rischio della transizione" nel suo celebre discorso sulla tragedia dell'orizzonte, pronunciato nel 2015 davanti ai quadri dirigenti di Lloyd: se decarbonizziamo troppo in fretta, i nostri grandi edifici finanziari vanno in fallimento.

Io non ho ancora fatto un lavoro simile sui grandi fondi di gestione di attivi ma sono certo che vale per loro quello che vale per le banche: i loro bilanci oggi sono il riflesso delle scelte della società che tutti abbiamo attivamente costruito da 50 anni a questa parte, ricorrendo massicciamente alle energie fossili, carbone, petrolio, gas.
 

La nostra responsabilità collettiva non sdogana completamente gli uomini dell'alta finanza perché, invece di fare green washing e di continuare ad accumulare dividendi a due cifre mentre il pianeta sta soccombendo, potrebbero organizzare un vero dibattito collettivo sulla maniera con cui potremmo uscire da questo impasse.
 

Questa è la prima virtù che l'etica cristiana dovrebbe mettere in campo: metter fine alla menzogna, riconoscere che la finanza, oggi, è un ostacolo alla transizione ecologica e cercare delle modalità per porvi rimedio.

Questo implica il fatto che i risparmiatori che cercano di investire il loro denaro in progetti verdi non possono far affidamento sulle dichiarazioni virtuose delle grandi istituzioni finanziarie. Sono obbligati a studiare loro stessi la natura degli investimenti che vengono loro proposti. Accade però che la maggior parte di loro non ha né il tempo né le competenze per farlo.

Esiste però un numero enorme di progetti da sostenere finanziariamente: per fare solo un esempio, a Nantes, in Francia, un imprenditore sa ormai come produrre del fotovoltaico organico. Si tratta di una rivoluzione che ci permetterebbe di affrancarci dalla dipendenza dei minerali cinesi. Eppure, questo imprenditore fa fatica a trovare quelle dozzine di milioni di euro che gli permetterebbero di estendere a livello industriale la sua scoperta. Vi sono comunque alcune banche realmente virtuose, Triodos è una di queste.

Si tratta di una piccola banca olandese, giovane, libera dai pesi del nostro passato fossile, i cui finanziamenti sono esclusivamente e realmente verdi, nei quali lo scarto degli stipendi tra impiegati e manager è di 1 a 5 (contro l'1 a 1000 della maggior parte delle grandi banche) e i cui fondi propri rappresentano il 20% del proprio bilancio (contro il 3% delle altre banche). Triodos ha cercato recentemente di impiantarsi in Francia e di aprire dei conti correnti ma la lobbying delle grandi banche è riuscita ad impedirglielo. Eppure, sono proprio queste le banche del nostro futuro!
 

L'autore. Prete gesuita, capo del Programma giustizia ambientale della Georgetown University. È co-autore del libro "Un'economia indisciplinata" (Emi)