Cibo sostenibile

Kernza, il grano perenne per battere la siccità e la crisi climatica

In America il "cugino del grano", che è perenne, sta per prendere piede sul mercato. Altrove si recuperano vecchi semi e colture. Per gli scienziati l'imperativo è trovare alternative resistenti alla crisi climatica e altamente sostenibili

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Per anni, le speranze riposte nel Kernza sono rimaste una scommessa difficile da decifrare. Per fortuna, ora che l'impatto dell'emergenza climatica e la carenza di risorse idriche sono all'ordine del giorno, quei piccoli semi studiati in laboratorio sembrano ormai pronti a fare la differenza. Negli Stati Uniti, dal Minnesota al Wyoming dove viene coltivato, sino ad altri Stati dove è usato persino per fare la birra, sta prendendo sempre più piede questa pianta, conosciuta come cugino del grano, che ha una caratteristica estremamente vantaggiosa: è perenne.

Come sappiamo, il mondo dell'agricoltura ha un impatto importante sulle emissioni climalteranti e al tempo stesso richiede enormi quantità d'acqua per le coltivazioni, oltre ad essere sempre più vulnerabile agli eventi estremi della crisi climatica. In un Pianeta dove nel 2050 vivranno dieci miliardi di persone e ci sarà sempre meno cibo, la garanzia di colture per combattere la fame sarà dunque fondamentale.

Per questo motivo nel mondo, sempre più spesso con l'aiuto degli scienziati, si stanno cercando di sviluppare nuove colture che possano reggere anche davanti ai cupi scenari futuri. Una di queste è proprio il Kernza, erba di grano intermedia (Thinopyrum intermedium) che fu introdotta negli Stati Uniti negli anni Trenta da Europa e Asia. Un tempo principalmente utilizzata per fieno e foraggio, oggi grazie al lavoro dei ricercatori del Land Institute del Kansas, dove è studiato dal 1988, il Kernza sta diventando un grano "sostenibile" pronto al debutto globale.
 

La forza di questo grano è che si pianta solo una volta: per le piante classiche ogni anno bisogna coltivare, raccogliere, usare enormi quantità d'acqua per irrigare, di fertilizzanti, di energia, ripetendo le stesse pratiche stagione dopo stagione e impattando sia su suolo e biodiversità che sull'aria a livello di emissioni. Il Kernza essendo perenne e avendo radici profonde e robuste, offre vantaggi sia per la salute del terreno con effetti anti erosione, sia naturalmente - per la sua capacità di assorbimento del carbonio - nella lotta alla crisi climatica.
 

I chicchi sono più piccoli del grano tradizionale e le rese di circa un terzo, ma in determinati contesti geografici e climatici gli esperti sostengono che sia economicamente competitivo, per esempio nel Wyoming dove viene già coltivato. Negli anni al Land Institute del Kansas gli scienziati hanno lavorato per migliorarne la resa, le dimensioni del seme e la resistenza delle malattie, portando la pianta (che ora è un marchio registrato) a un alto potenziale in termini di raccolto.

Il Washington Post ha dedicato un servizio-esperimento proprio a questo cereale, andando sia a visitare i laboratori del Kansas, sia sfornando del pane. I reporter spiegano che "la strada dal laboratorio al tavolo della cucina" è ancora lunga, ma il futuro del Kernza appare più che promettente. In anni di lavoro al Land Institute hanno continuato a selezionare, coltivazione dopo coltivazione, i migliori semi di Kernza, con molti processi di fatto simili a quelli che i contadini hanno usato nei millenni per addomesticare le piante da raccolto.
 

Con poco tempo a disposizione, nei laboratori i ricercatori si sono affidati a nuovi strumenti, come il sequenziamento genetico, l'intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, per arrivare a identificare i marcatori genetici associati ai tratti che stavano cercando, quelli in grado di affinare i semi migliori. Dopo circa vent'anni di esperimenti, "il Land Institute ha addomesticato una forma di erba di grano i cui semi sono da due a tre volte più grandi di quelli del suo antenato selvatico" scrive il Washington Post. Una pianta che può appunto fornire fino al 30% della resa del grano tradizionale e che, soprattutto, grazie a radici profonde e alla caratteristica di essere perenne, risulta un'ottima alleata nella battaglia contro il riscaldamento globale.
 

A oggi il Kernza non può sostituire completamente il grano, ma gli esperti si dicono fiduciosi per il suo uso futuro e, racconta il quotidiano statunitense dopo l'esperimento, il pane ottenuto non è niente male, ha il "sapore di segale".

Gli stessi modelli di mix fra selezioni tradizionali e uso delle genetica e delle nuove tecnologie sui semi sono oggi applicati anche ad altre colture, come per esempio soia, sorgo, girasoli, oppure riso (allo Yunnan University) nel tentativo di rendere le coltivazioni perenni.
 

C'è infatti una continua ricerca per andare oltre ai cereali classici principali - come mais, frumento e riso - e ottenere specie più resistenti che garantiscano un dispendio di risorse minore, in modo da diventare le colture su cui fare affidamento nel futuro. In questo percorso fatto sia di ibridazione che di sequenziamento del dna, per esempio si inserisce l'apios americana, una leguminosa dell'America settentrionale un tempo consumata dai nativi. Diversi ricercatori la stanno recuperando per coltivarla e sfruttare le sue caratteristiche dato che ha bisogno di poca luce e cresce in terreni poveri. Il percorso per la sua domesticazione e il futuro commercio di legumi commestibili (ricchi di proteine) è stato per esempio intrapreso dalla Iowa University.

Allo stesso tempo, come aveva ricordato a Green&Blue Sara Roversi, fondatrice del Future Food Institute, si va anche verso la direzione del recupero dei "forgotten food", le colture dimenticate. Per esempio cereali inesplorati da espandere in alcuni mercati "come era accaduto per la quinoa", ma anche cibi sostenibili che esistevano migliaia di anni fa e si sono persi nel tempo "come per esempio il fonio - raccontava Roversi - un cereale antico (ricco di magnesio e molto adatto per la celiachia, ndr) di cui avevamo perso traccia".

L'importante, esattamente come per il Kernza, è che grani, cereali o semi in futuro riescano a garantire allo stesso tempo un'alta sostenibilità, una forte resistenza agli impatti della crisi climatica e un basso consumo di risorse idriche ed energetiche.