Biodiversità

Un mondo senza vaniglia né avocado: è quel che rischiamo per il clima

I parenti selvatici di alcune delle colture più importanti del mondo sono a rischio d’estinzione: il 35% delle 224 specie sotto osservazione è in pericolo. Colpa soprattutto di eventi meteorologici estremi, agricoltura intensiva e abuso di pesticidi
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Piantagioni di caffè che soffrono, grappoli d’uva che maturano nel profondo Nord. Il cambiamento climatico influenza le coltivazioni, ma ora sappiamo che potrebbe distruggerne anche le riserve genetiche. Vaniglia, cotone, patate potrebbero sparire. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plants, People, Planet, infatti, i parenti selvatici di alcune delle colture più importanti del mondo sono a rischio d’estinzione: il 35% delle 224 specie prese in considerazione è in pericolo. La colpa ricade principalmente su eventi meteorologici estremi, agricoltura intensiva e abuso di pesticidi.


La ricerca ha imposto di aggiornare la Lista rossa, lo strumento sviluppato dall’Unione internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) per tracciare un quadro della flora e della fauna minacciate d’estinzione. Così è scattato l’allarme per la vaniglia: nessuna delle otto varietà selvatiche di quest’orchidea originaria dell’America meridionale e centrale è al sicuro. Al secondo posto dell’infelice elenco figura il cotone selvatico, con il 92% delle specie che rischia di scomparire. In bilico sono pure tre tipologie di avocado su cinque, oltre al 23% delle patate.

I parenti selvatici su cui si sono concentrati gli scienziati crescono in Paesi come Messico, Guatemala, El Salvador, Honduras e hanno dato vita a colture fondamentali sia per l’alimentazione sia per la produzione di vestiti; ad “addomesticarli” inizialmente furono Aztechi, Maya e altre civiltà presenti nella regione tra cinque e diecimila anni fa. Quel materiale genetico funge da scorta a cui attingere per migliorare o aumentare le coltivazioni, ma la crisi climatica potrebbe privarci di tale patrimonio. I “progenitori” di fagioli, zucca, peperoncino, pomodori, banane, mele, prugne e zenzero sono finiti nella lista rossa.

Mentre la popolazione mondiale si avvia a raggiungere quota dieci miliardi di persone, i raccolti diminuiscono a causa dell’innalzamento delle temperature. Ecco perché i programmi di riproduzione basati su specie selvatiche sono importanti per soddisfare il fabbisogno alimentare: almeno 16 dei parenti selvatici studiati sono stati utilizzati per creare colture più resistenti alle condizioni avverse. Esempi? Le zucche che sopportano il freddo e la peronospora (malattia provocata da un fungo), le patate che non temono la siccità o il mais che offre maggiore resa.

Come spiega Bárbara Goettsch, prima autrice della ricerca, al quotidiano Guardian, questi esemplari vengono messi a loro volta in difficoltà dalla distruzione degli ecosistemi. Loro nemici sono pure le specie invasive, la contaminazione da organismi geneticamente modificati e il disboscamento incontrollato. “Il Pianeta si riscalda, la salinità del suolo cambia, i parassiti evolvono e le piante coltivate faticano ad adattarsi. Se nemmeno le corrispondenti selvatiche stanno bene, dovremo rinunciare a molti prodotti”, dice l’esperta.

Perciò Goettsch e colleghi suggeriscono di proteggere meglio i parenti selvatici, coinvolgendo anche le comunità locali nell’opera di conservazione e valorizzazione della biodiversità.