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Il primo minstro norvegese Erna Solberg fa un selfie con i membri del governo, 20 gennaio 2020, Oslo.  Terje Pedersen/NTB Scanpix/AFP via Getty Images 

Una Norvegia 'double face' al voto: uno dei Paesi più green al mondo ma con l'economia basata sul petrolio

Battezzate le prime "elezioni climatiche" della storia, vedono lo scontro tra i conservatori al governo, che difendono la politica di mantenimento delle estrazioni di combustibili fossili su cui si basa il welfare norvegese e l'opposizione di Verdi e liberali. E per l'Onu è "codice rosso"

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BERLINO. Prima la natura o gli enormi redditi petroliferi? È il tema principale dello scontro tra conservatori al potere e altre forze politiche, a cominciare dai Verdi in volo nei sondaggi, alle elezioni che si terranno domenica 12 e lunedì 13 settembre in Norvegia. Già le chiamano, scrive il Financial Times, le prime "elezioni climatiche" al mondo, citando il leader socialdemocratico Espen Barn e il numero due dei Verdi Kris Rokkan Iversen.

Il problema, cercando di riassumerlo è questo: da un lato la Norvegia è uno tra i paesi più impegnati per il clima e contro le emissioni, tanto che quasi 75 auto nuove immatricolate su 100 sono attualmente elettriche. Dall'altro le Nazioni Unite le hanno dato un cartellino di allarme rosso. Perché la prospera monarchia costituzionale scandinava è il maggior produttore di petrolio nel mondo, continua con le perforazioni attorno all'Artico, e il suo fondo pensioni sovrano, il più ricco del mondo, trae vantaggi enormi cui non vorrebbe volentieri rinunciare dalle partecipazioni in società petrolifere. Insomma una Norvegia bifronte, se non ipocrita.

I tre partiti impegnati nella lotta alla petropolitica e nel tentativo di salvare clima e ambiente sono, oltre ai Verdi, i liberali e i socialisti di sinistra. In un appello comune notano che la critica-monito delle Nazioni Unite è arrivata come un campanello d'allarme e ha cambiato le carte al tavolo dello scontro politico. I conservatori della premier Erna Solberg e della sua delfina, la giovane ministra dell'Energia Tina Bru, insistono invece nel dire che la lotta per l'ambiente è necessaria ma i proventi forniti da perforazioni, nuove concessioni di perforazione e ricerca, estrazione del greggio sono indispensabili a sviluppo economico, crescita e finanziamento del generoso welfare e della buona salute del bilancio sovrano.

Due emergenze in conflitto, vedremo come deciderà il popolo sovrano. L'industria petrolifera tra l'altro, come ricorda Tina Bru difendendo la politica governativa, fornisce il 6% dei posti di lavoro (circa 160 mila, una lobby di aristocrazia operaia ben organizzata) e proprio per finanziare la riconversione ecologica del sistema-paese Norvegia dal 2025 è indispensabile continuare adesso a lasciarla lavorare. Il problema è aggravato dalla recente scoperta del nuovo enorme giacimento petrolifero sottomarino John Sverdrup nel Mare del Nord, che ha spinto ad aumentare l'estrazione a tutto danno di clima e ambiente.

Secondo i conservatori, ciò dimostra solo che il settore petrolifero è un comparto maturo che attira ancora investimenti irrinunciabili, ma poi, promesso, si cambierà. I socialdemocratici, partito storico, puntano i piedi e annunciano che non andranno al governo con nessun partito che esprima una rigida posizione anti-petrolio. E intanto la politica fiscale del governo conservatore si è fatta piú "green" ma continua a dare forti vantaggi ai produttori di idrocarburi.

I negoziati post-elettorali per la formazione di un governo rischiano dunque di essere molto complicati: i socialdemocratici sono divisi tra l'idea di coalizione a sinistra con verdi e socialisti di sinistra e un compromesso coi conservatori per assicurare la governabilità ed evitare scontri con l'aristocrazia operaia. Il mondo ambientalista e il mondo in generale dunque guardano con ansia al risultato del voto imminente della ricca Norvegia. Secondo Hilde Bjornland, docente universitario all'università economica di Oslo, è un duro dilemma: "Sappiamo che frenare e andare verso l'addio al petrolio e spendere di più per le rinnovabili sarà costosissimo, ma sappiamo anche che vista l´evoluzione mondiale del clima non possiamo permetterci di non fare questa scelta".