L'analisi
(reuters)

Non bastano guerra e oppio: l'Afghanistan in ginocchio anche per il clima che cambia

Secondo l’Onu, tra il 2017 e il 2018 caldo e siccità hanno creato più profughi di quanto non abbia fatto il conflitto. E la tendenza sembra destinata a rafforzarsi

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NEW YORK - A prima vista, il riscaldamento globale non sembra un problema fondamentale per l’Afghanistan, tornato sotto il giogo dei taleban. Studiando meglio il tema, però, si scopre che li ha aiutati a riconquistare il potere, e adesso potrebbe favorire la loro caduta. Di sicuro c’è i cambiamenti climatici hanno contribuito alle sofferenze degli afghani, promettono di continuare a farlo, e minacciano soprattutto le componenti più deboli della loro società, a partire come sempre dalle donne.  


Kabul non è in cima alla lista dei più grandi inquinatori del mondo, ma finora il governo nato dopo l’invasione del 2001 aveva fatto la sua parte. Se ciò continuerà adesso è una scommessa, su cui pochi esperti del settore punterebbero i loro soldi. In compenso il Paese è assai vulnerabile al riscaldamento globale, per la sua stessa natura arida, e perché la maggior parte della popolazione vive grazie all’agricoltura e l’allevamento.

Un’inchiesta di Deutsche Welle ha notato che dalla metà del secolo scorso le temperature medie del Paese sono aumentate di 1,8 gradi Celsius, ossia oltre il doppio della media globale. La siccità è diventata più frequente, e si trasformerà in un evento ciclico annuale entro il 2030. Secondo l’Onu, tra il 2017 e il 2018 questo fenomeno ha creato più profughi costretti a spostarsi all’interno del Paese di quanto non abbia fatto la guerra. E la tendenza sembra destinata a rafforzarsi. Ora infatti l’Afghanistan sta attraversando un altro periodo molto secco, che espone milioni di abitanti al rischio di patire la fame. Perciò il Programma Alimentare Mondiale ha detto che ha bisogno di 170 milioni di euro all’anno, per continuare le sue operazioni umanitarie e salvare questa gente.


In generale piove meno, quindi cade meno neve sulle montagne, che fanno scendere meno acqua verso i fiumi. In compenso, il caldo scioglie più in fretta i ghiacci, provocando frequenti inondazioni. In sostanza, il volume totale delle risorse idriche a disposizione è diminuito, ma il poco che è rimasto mette a rischio la vita degli abitanti. Ciò complica il lavoro di chi si dedica all’agricoltura onesta, tipo la coltivazione dei meloni, e facilita invece il traffico dell’oppio, che ha bisogno di meno irrigazione. L’Afghanistan è già il primo produttore mondiale, e i cambiamenti climatici giocano a favore di chi punta a rafforzare questo poco invidiabile primato nel mercato delle droghe.


Come al solito a patire di più sono i più deboli. I trafficanti di oppio infatti vedono aumentare i loro profitti, mentre le donne che restano confinate ai lavori domestici soffrono, perché incontrano più difficoltà a portare il cibo in tavola.


Il New York Times ha denunciato che i taleban si sono già approfittati di questa crisi, perché durante la riconquista del Paese attaccavano proprio le dighe, come hanno fatto ad Herat e Kandahar, allo scopo di tagliare i rifornimenti di acqua per bere, irrigare, e generare energia elettrica. Ora però questo problema si rovescia, perché la lotta per il controllo delle risorse idriche rischia di diventare un forte elemento di attrito con i Paesi vicini, e quindi di guerre esterne che non sono ancora pronti a combattere.


Per non parlare poi dei problemi che questi effetti del riscaldamento globale creano all’economia e all’alimentazione. E’ vero che la coltivazione dell’oppio prospera, e quindi i finanziamenti che produce continueranno ad arrivare. I taleban poi vogliono una società frugale, guidata dalla legge islamica della sharia, e potrebbero non temere l’isolamento dal resto del mondo. Se però la popolazione muore di fame, qualche problema di stabilità domestica lo rischiano anche loro, a meno di moderare i comportamenti in cambio degli aiuti che potrebbero arrivare dalla comunità internazionale.