Emergenza clima

Il riscaldamento dell'Artico scatena il freddo "estremo" negli States

(reuters)
Uno studio dell'Atmospheric and Environmental Research (AER) mette in relazione gli eventi meteorologici invernali estremi e il vortice polare artico. Il cambiamento climatico antropogenico non fa che aumentare la frequenza di nevicate intense e ondate di freddo
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Catturare le potenti ma delicate interconnessioni tra i diversi sistemi del nostro pianeta è uno dei compiti più ardui degli scienziati del clima. La difficoltà sta nel fatto che la Terra è un'enorme macchina della quale conosciamo bene molti ingranaggi ma ancora poco come si incastrano insieme per generare quelle reazioni a catena che caratterizzano i processi di feedbacks. In quest’ottica, migliorare la nostra conoscenza sui rapporti tra la superficie e l’atmosfera del nostro pianeta è fondamentale per migliorare le proiezioni dei modelli climatici su cosa accadrà in un futuro non lontano. A tale proposito, il lavoro pubblicato da Judah Cohen e colleghi sulla connessione tra inverni e circolazione stratosferica è fondamentale.

Storicamente, Cohen si è dedicato da tempo a studiare i legami tra la superficie e la stratosfera, il secondo strato della nostra atmosfera, casa dello strato di ozono e del vortice polare stratosferico (VSP), che scorre come un fiume circolare intorno al polo Nord. Di recente, la corrente di questo fiume è diventata sempre più sinuosa, instabile, verosimilmente a causa del cambiamento climatico. Il lavoro di Cohen e colleghi si concentra sulla connessione tra il vortice polare e un fattore ancora poco sviluppato nei modelli climatici ma che i dati a terra stanno dimostrando essere una conseguenza non anticipata però importante: le ondate di freddo e le nevicate intense.

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Contrariamente alle previsioni dei modelli climatici, gli estremi meteorologici invernali in tutto l'emisfero settentrionale - eventi nevosi intensi e ondate di freddo anomale - sono diventati più frequenti. Judah Cohen e colleghi rivelano un collegamento fisico che lega la perdita di ghiaccio marino e l'aumento della copertura nevosa eurasiatica alla “stabilita’” del vortice. Questo è accompagnato da un aumento della frequenza di condizioni meteorologiche invernali estreme alle medie latitudini, come quella osservata nel febbraio di quest’anno negli Stati Uniti e che ha provocato il crollo della rete energetica del Texas e danni record stimati in quasi 200 miliardi di dollari, un costo sostanzialmente superiore ai recenti uragani ad alto impatto.

A tale proposito, i risultati potrebbero essere utilizzati  in maniera operativa per prolungare il tempo di allerta dei freddi estremi in Asia, Canada e Stati Uniti, come affermano gli autori. Il lavoro di Judah Cohen e colleghi è all’avanguardia scientifica della ricerca sul clima e continuare in questa direzione è fondamentale per accelerare la crescita della conoscenza dei meccanismi del nostro pianeta e gli effetti del cambiamento climatico. Il lavoro di Cohen mostra che anche il freddo estremo è figlio del riscaldamento globale, che oramai deve essere chiamato per quello che è: cambiamento climatico antropogenico.