Il personaggio

Roberto Vecchioni: "Ci vorrebbe un green pass per andare in montagna"

Roberto Vecchioni. Mariano Montella/Pacific Press/LightRocket via Getty Images 
Al Mountain Future Festival il professore-cantautore parla del suo rapporto con le terre alte e della crisi climatica: "Abbassiamo la cresta: un po’ più di modestia e umiltà, per risparmiare la natura e vivere meglio"
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Dai rubinetti all’ambiente. Roberto Vecchioni, cantautore e intellettuale eclettico e brillante, lancia messaggi e provocazioni sul futuro della montagna, sull’educazione, sul rapporto tra uomo e natura. L’abbiamo incontrato nel bel mezzo del suo tour estivo, mentre era in viaggio verso l’altopiano della Paganella, in provincia di Trento, dove ha partecipato alla terza edizione del Mountain Future Festival. Un evento per tenere vivo anche in agosto il dialogo su cambiamenti climatici, sostenibilità e accessibilità attraverso film, spettacoli e incontri.

Cosa ci fa un cantascrittore come lei in un festival ambientale sul futuro della montagna?

"Sono andato a dibattiti su neutroni e neutrini, a convegni sulla letteratura di Paesi che non ho mai conosciuto in vita mia, ho frequentato incontri sull’industria, perfino sulle rubinetterie. Un dibattito di questo tipo è molto più importante, c’entra anche il cantautore perché è un comunicatore di messaggi e può benissimo influenzare l’opinione comune. Oltretutto, l’ecologia è un mio amore e dunque in questo contesto ci sto bene".

La montagna è uno degli ambienti più soggetti ai cambiamenti in atto, cosa rischiamo di perdere a causa dell’emergenza climatica che ci sta sovrastando?

"Chi ama la montagna sa bene che c’è moltissimo da perdere, sono gli avventizi che non ne capiscono un cavolo, i sabatini, i domenicali, chi viene per un po’ e non sa nemmeno come muoversi. Per me la montagna è silenzio, immaginazione, respiro; se la conosciamo non ci permettiamo di toccarla. Ci vorrebbe un green pass per salire sulle alte terre, dovrebbero esibirlo le persone che non ci sono mai state".

 

Nel suo ultimo libro, Lezioni di volo e di atterraggio, racconta le lezioni agli studenti del liceo classico nel Parco Sempione di Milano. Perché insegnare seduti su un prato o sotto gli alberi, anziché in un’aula scolastica? Quali i vantaggi?

"C’è del buono anche in un’aula scolastica: raccoglimento, qualcosa di teatrale, meno distrazioni. Però il contatto con l’esterno, i rumori, le voci, la vista del verde, la contiguità con la vita, la vita vera, non quella dei muri, solletica molto di più il pensiero, la fantasia. E siccome quelle erano lezioni di fantasia, dovevano svilupparsi all’aria aperta, non certo tra le quattro mura di un’aula di scuola. All’aperto i ragazzi uscivano, vagavano, ed era molto bello parlare nel parco".

Il futuro dell’umanità è in pericolo.

"Ma io non posso farci niente". 

 

Aspetti un attimo. La crisi climatica ci pervade, chi dobbiamo ascoltare per cercare di frenare questa deriva?

"Innanzitutto gli scienziati, che sono i maestri. Il Papa. E poi i giovani, perché hanno cuore, anima, voglia di salvare il mondo. Per necessità o per virtù gli altri, che sono il 90%, lo rovinano. È un fiume che è partito e non possiamo fermarlo, a meno che non si cambi completamente il sistema economico del mondo, eliminando i potentati e la plebe. Occorre una certa uguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, che le risorse della natura non siano sfruttate come se non ci fosse un domani, ma con programmi ragionevoli. Tutto questo per ora è impossibile, nessuno lo fa. Abbassiamo un po’ la cresta: non dobbiamo produrre per forza anche cose completamente inutili, potremmo essere un po’ più modesti e umili, risparmiare la natura e vivere meglio".