Biodiversità

Ecco perché le coltivazioni illegali di cannabis minacciano la fauna selvatica

Colture illecite associate a un ampio uso di pesticidi potrebbero interferire con alcune specie locali. La ricerca statunitense mappa alcune regioni a rischio
2 minuti di lettura

A danneggiare alcune specie già a rischio potrebbero essere anche le coltivazioni illegali di cannabis associate a un ampio uso di pesticidi. Lo mostra uno studio statunitense che ha analizzato e mappato un ampio numero di campi di cannabis scoperti fra il 2007 e il 2014. L'analisi, frutto di una collaborazione fra le forze dell'ordine e ricercatori in biologia della fauna selvatica, mette in luce la possibile sovrapposizione fra i terreni impiegati a queste coltivazioni illecite e gli habitat naturali di alcuni animali. I risultati sono pubblicati su Plos One.

Una mappa delle coltivazioni illegali di cannabis

Gli autori hanno analizzato i dati di 1.500 siti noti di coltivazioni illegali di cannabis rintracciate negli Usa negli ultimi anni. Le informazioni sono servite per creare una nuova mappa delle possibile dislocazione di altre coltivazioni in California e nel sud dell'Oregon (si tratta dunque di una mappa delle e non certa). I ricercatori hanno poi considerato la distribuzione, in questi territori, di tre specie, di cui due di mammiferi e una di uccelli, ad alto rischio estinzione. Attraverso modelli e simulazioni hanno combinato la mappa delle coltivazioni con quella della presenza degli animali.

 

Dalle martore ai rapaci

Il problema, in questo caso, sono i pesticidi impiegati, fra cui in particolare i rodenticidi contro i roditori, che possono entrare nella catena alimentare e accumularsi nel corpo di altri animali, con possibili danni per la loro salute. Le tre specie considerate nella ricerca sono peraltro già indebolite: sono infatti classificate dal governo statunitense come species of conservation concern (Scc) – ovvero si teme che non resistano a lungo termine in quella data area. Gli animali in questione la martora di Pennant, la martora di Humboldt e l'allocco (o gufo) maculato americano. La martora di Pennant, nota anche come pekan, è un piccolo mammifero carnivoro della famiglia dei mustelidi. Si tratta di una specie che in generale è a rischio estinzione, secondo la classificazione dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Anche la martora di Humboldt, sottospecie della martora del Pacifico, appartiene ai mustelidi ed è in via di estinzione. L'allocco maculato americano – nome tecnico corretto Strix occidentalis caurina – è una specie minacciata secondo la lista Iucn, e dunque in futuro potenzialmente a rischio.

Martora di Pennant (Wikimedia Commons) 

 

I rischi sono reali

La rielaborazione delle informazioni ha permesso di stimare, zona per zona, la probabilità che le coltivazioni si estendano e invadano anche foreste locali abitate dagli animali. I risultati mostrano che ben 21mila chilometri quadrati di queste foreste (tutta l'area della città di Roma è circa 1.285 km quadri, mentre Milano 181) sono ad alto rischio della presenza di cannabis. Il modello include anche 16 fattorie e zone, finora non rilevate, che la producono, un'altra prova del fatto che queste produzioni potrebbero essere presenti e diffuse. “I risultati del nostro studio”, aggiungono gli autori, “riguardano il fatto che il problema della coltivazione della cannabis in maniera sconfinata è più esteso del previsto”.

Lo studio rivela un'alta probabilità di una sovrapposizione con circa la metà degli ambienti dove vive il gufo maculato settentrionale e più del 40% degli habitat delle due specie di martora. Inoltre, all'interno di una popolazione studiata che vive nella regione sud della catena montuosa della Sierra Nevada in California, il pericolo è maggiore per le femmine di martore di Pennant: qui la totalità del loro ambiente è ad alta probabilità di interferenze con le coltivazioni di cannabis. In questo luogo, dunque, la specie potrebbe rischiare molto a causa dei pesticidi. Riuscire a localizzare ed eliminare la contaminazione dovrebbe essere una priorità, sia per gli ambientalisti sia per i gestori dei terreni, spiegano gli autori. L'impatto ambientale di questa attività illecita, proseguono, non solo non aiuta la ripresa di queste specie già suscettibili, ma anzi le influenza negativamente. Ed è bene cominciare a gestire questo problema quanto prima.