Salute
Nelson Almeida/AFP via Getty Images) 

Centinaia di cosmetici testati sugli animali, il cortocircuito delle norme Ue

Secondo uno studio, molte aziende hanno trovato il modo di aggirare il bando, mettendo sul mercato creme, rossetti e altri prodotti di bellezza per nulla "cruelty free"

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Fatta la legge, trovato l’inganno. È il caso della normativa europea che vieta di testare sugli animali gli ingredienti contenuti nei cosmetici. Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Alternatives to Animal Experimentation, sarebbero centinaia i prodotti che non la rispettano e che circolano nei mercati dell’intero continente: almeno 63 dei 413 componenti utilizzati esclusivamente per creme idratanti, filtri solari, rossetti, balsamo per capelli e così via sono stati verificati con 104 diversi esperimenti su topi, conigli e altre cavie. Il tutto dopo l’introduzione del divieto.

Per arrivare a tale conclusione, i ricercatori hanno esaminato la mole di documenti che descrivono in dettaglio i test eseguiti dalle varie aziende; il materiale è disponibile sul sito web dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa). Quest’ultima sostiene che il numero di controlli svolti sugli animali sia probabilmente inferiore, precisando di non aver ratificato i risultati della nuova analisi. Ma Thomas Hartung, uno dei suoi autori ed esperto della Johns Hopkins University, spiega al quotidiano Guardian che pure i prodotti con l’etichetta “cruelty free” qualche “crudeltà” possono averla causata.

Perché? A indurre in trasgressione l’industria cosmetica sarebbe il cortocircuito generato dalle stesse norme dell’Unione europea, da tempo bersaglio di critiche e proteste da parte delle associazioni animaliste.

Mentre i test sugli animali sono proibiti già dal 2004 per trucchi, saponi, profumi, dal 2009 si sono messi al bando quelli che riguardano le singole sostanze impiegate per prepararli. E per evitare che la prescrizione fosse aggirata – importando la merce o commissionando i test a laboratori al di fuori dei confini europei – si è vietata anche la vendita dei cosmetici non in regola. Sopravvivevano alcune eccezioni, qualora fosse necessario scongiurare determinati effetti particolarmente complessi sulla salute umana, ma dal 2013 lo stop è diventato totale.

Nel 2007, tuttavia, è entrato in vigore l’obbligo per le aziende di garantire la sicurezza dei propri dipendenti identificando e gestendo ogni eventuale rischio legato alle sostanze chimiche prodotte o commercializzate all’interno dell’Ue. In base all’interpretazione dell’Echa e della Commissione europea, se durante il processo di fabbricazione c’è un’esposizione dei lavoratori a tali sostanze, allora è consentito testarle prima sugli animali. Di conseguenza, quando si tratta di quelle usate per i cosmetici, il relativo divieto salta.

La falla legislativa provoca incertezza e sembra contrastare con la direttiva sulla protezione degli animali, la quale sancisce che non dovrebbero esistere sperimentazioni su di loro a meno che non siano assolutamente indispensabili.

L’Echa, però, cerca di fornire una lettura coerente: in materia di sicurezza dei lavoratori, i test sugli animali potrebbero essere necessari soltanto se manchino alternative. Il problema – nota l’agenzia – è che le proposte avanzate non sono quasi mai accompagnate da una giustificazione scientifica sufficiente per il loro utilizzo. Sul fronte opposto, le imprese ribattono che non ci sono prove della maggior efficacia della sperimentazione animale in confronto a opzioni che sfruttino, ad esempio, i modelli in vitro. Lo scontro tra loro e l’Echa, in almeno un’occasione, è finito persino davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue.