Il libro

L'itinerario folle nelle capitali dei disastri ambientali

Andrea Blackwell descrive Chernobyl e luoghi meno noti dove l'inquinamento ha devastatola natura. Un viaggio nelle ferite inferte dall'uomo al Pianeta
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Quando scoppiò il reattore numero 4 di Chernobyl i sistemi di sicurezza erano stati disattivati da un gruppo di tecnici che intendevano fare alcuni test sulla centrale. Quello che è successo lo sappiamo e le conseguenze, 35 anni dopo, non sono finite. Con i necessari permessi si possono visitare la città deserta e marcescente di Pryp’jat’ e ci si può avvicinare al reattore. A tratti la natura appare ancora viva e neanche visibilmente malata e, in mezzo, il reattore scoperchiato è un osceno indistruttibile monumento.

Andrew Blackwell ha cominciato da lì il suo itinerario “nei luoghi più inquinati del mondo”, ogni tappa una scoperta di cose orribili a vedersi e, tra gli uomini, di accettazione, di abitudine, di ribellione. Molti subiscono, alcuni entusiasticamente approfittano, una minoranza resiste e tenta di cambiare le cose, talvolta con qualche risultato.

Chernobyl è un nome che tutti conoscono, Fort McMurray nello stato dell’Alberta, in Canada, invece la conosce soltanto chi si occupa di petrolio e qualcuno che si occupa di ambiente. È la capitale di una regione ricca di petrolio come l’Arabia Saudita, con la differenza che lì non basta fare buchi per estrarlo ma bisogna separarlo dalle sabbie bituminose che ne sono intrise. Un processo che richiede infrastrutture e macchinari giganteschi e ha un impatto ambientale ancora più gigantesco. Ancora meno nota ai più è Port Arthur, in Texas, “Raffineropoli”, dove l’aria e l’acqua somigliano appena vagamente a quelle che siamo abituati a respirare e a bere.

Poi, nell’itinerario folle di Blackwell, c’è l’isola che non c’è, l’isola di plastica nel pacifico, al largo della California, che non è un’isola perché non emerge e non ci puoi camminare sopra ma è una putrida broda grande il doppio del Texas, piena di pezzi di reti, secchi, contenitori di detersivo, bottiglie, caschi e quant’altro di plastica (cioè quasi tutto) si possa immaginare.

Ci sono le ferite immense inferte alla giungla Amazzonica, polmone del mondo, per allevare bestiame, produrre soia, gomma, estrarre bauxite e tante altre cose ancora. Ci sono, in Cina, le mostruose città del carbone e quelle dove si riciclano i rifiuti tecnologici di tutti noi. E c’è, ultima tappa di un viaggio che potrebbe essere infinito, lo Yamuna, il fiume più inquinato dell’India, paese che gode del triste paradosso di avere una normativa ambientale avanzata e un inquinamento tragicamente invasivo.

Sette tappe indimenticabili: “Una successione di monumenti alla nostra specie”.

Benvenuti a Chernobyl

di Andrew Blackwell (Laterza)

(Pagine 329; euro 18)