Lo studio

Anche l'inquinamento da incendi aumenta la diffusione del Covid

L’Università di Harvard stima che ci siano state quasi 20 mila infezioni da Coronavirus in più e 750 morti associate all’esposizione al fumo dei roghi boschivi tra marzo e dicembre 2020 nell’Ovest americano
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Gli incendi della scorsa estate negli Stati Uniti avrebbero portato a un incremento delle infezioni da coronavirus e a una crescita delle vittime. Lo studio è dell’Università di Harvard e sottolinea che il fumo degli incendi ha diffuso alte percentuali di particolato PM 2,5. Secondo le stime dei ricercatori, le infezioni in più rispetto a quelle previste sarebbero state almeno 20 mila e i morti almeno 750 a causa dell’esposizione ai fumi dei roghi che hanno interessato l’Ovest americano dal marzo a dicembre del 2020. Il documento è stato pubblicato venerdì sulla rivista Science Advances .

Secondo questo studio, l’esposizione al fumo comprometterebbe la funzione dei globuli bianchi nei polmoni, attenuando la risposta immunitaria del corpo. Le sostanze chimiche contenute nel particolato possono anche infiammare le cellule che rivestono le vie aeree e i polmoni. In entrambi i casi, se il corpo è esposto a un virus oltre all'inquinamento atmosferico, la risposta immunitaria può essere rallentata e la persona può sviluppare una malattia più grave di quella che avrebbe altrimenti, affermano i ricercatori.

La ricerca si basa sulla connessione già ben nota fra inquinamento atmosferico e infezioni del tratto respiratorio, in particolare per soggetti già deboli, come le persone che soffrono d’asma. Lo studio, però, sembra essere il primo ad accertare un legame specifico tra gli incendi boschivi e l’incremento di casi e di morti a causa del Covid-19. "Questi risultati – spiegano gli autori della ricerca – mettono in mostra il fatto che, in molte aree americane, gli alti livelli di PM 2,5 che si sono prodotti durante gli incendi del 2020 hanno sostanzialmente provocato un incremento del carico sanitario dovuto al Covid-19".

I ricercatori dell’Università di Harvard hanno fatto anche degli esempi precisi: nel settembre 2020, Mono County, California, ha avuto quattro giorni in cui i livelli di PM 2,5 hanno superato i 500 microgrammi per metro cubo, un livello "pericoloso", secondo l'Environmental Protection Agency. In confronto, nei giorni in cui non c’erano roghi, il livello medio giornaliero nei tre stati era di 6 microgrammi per metro cubo.

Lo studio è stato fatto utilizzando i dati satellitari degli incendi e in particolare l’evoluzione e la distribuzione del fumo. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli della diffusione di PM 2,5 a livello del suolo in ciascuna delle regioni colpite dai roghi. Infine, tutta la ricerca è stata messa a confronto con i casi di Covid-19 e i tassi di mortalità segnalati dal Cdc americano nelle aree dove si sono sviluppati gli incendi. Per rendere tutto più chiaro e realistico, la ricerca ha tenuto conto di altri fattori, come i tempi in cui le persone erano costrette a stare in casa e un ritardo di quattro settimane per accertare la correlazione con l’incubazione del virus e lo sviluppo della sintomaticità, nonché il periodo necessario per l’evoluzione negativa della salute delle persone infette.

Il nuovo studio, per la prima volta, ha incluso anche le infezioni segnalate e non solo i decessi. John Balmes, professore di medicina presso l'Università della California a San Francisco (ma non direttamente coinvolto nella ricerca) spiega l’importanza di questo dato: "Una cosa è che l'inquinamento atmosferico aumenti la gravità dell'infezione da coronavirus, un'altra è che incrementi anche i casi".

I ricercatori stanno attualmente studiando se il particolato prodotto dai roghi può anche materialmente diffondere il coronavirus. La ricerca sembra non essere comunque ottimista rispetto a quanto sta accadendo quest’anno, con l’aumento esponenziale degli incendi. “Pensiamo che gli incendi in corso avranno lo stesso, se non un peggiore impatto sui casi di Covid-19 e sui decessi”, affermano i ricercatori americani.