Animali
La scimpanzè Judy 

A Bussolengo muore la scimpanzé più vecchia d'Europa: così il branco la saluta

Al parco Natura Viva Judy, 49 anni, si è addormentata per sempre. Un maschio ha cercato di rianimarla e il gruppo l'ha cercata anche il giorno dopo. La psicobiologa: "Meccanismi fisiologici, psicologici e sociali portano i primati non umani ad accettare e rielaborare i decessi"

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Il personale del parco "Natura viva" di Bussolengo dice che il branco di scimpanzé è stato molto più silenzioso dopo essersi accorto che Judy, la loro decana, non c'era più. La scimpanzé più anziana d’Europa, nata nel 1972, nel parco aveva fondato una colonia storica e venerdì mattina dopo aver mangiato si è sdraiata all’ombra sotto il suo albero e alle 9:32 si è addormentata per sempre. Le telecamere di sorveglianza hanno registrato la rezione del branco (immagini che il parco, per rispetto, non ha reso pubbliche): un maschio, Tommy, le si avvicina, prova a svegliarla energicamente e la strattona, gli altri componenti del gruppo pensando a un’aggressione intervengono per allontanarlo, ma lo scompanzé prende Judy per una gamba e la porta al riparo in una grotta del loro reparto.

Secondo i guardiani, il branco cerca aiuto, trascina il corpo della decana verso l'etologa del parco, che nel mentre è arrivata sul posto. Il veterinario però non può che constatare la morte di Judy, una scimpanzé che lo staff definisce "forte nell’unirsi alle altre femmine del gruppo per dare loro il giusto supporto quando necessario, ma al contempo capace di leggere le situazioni nelle quali non era necessario farsi coinvolgere”. Il personale riferisce che gli altri scimpanzé il giorno dopo hano continuato a cercare la loro decana, il maschio che per primo si è accorto della sua morte invece non voleva andare nel reparto esterno e si è convinto solo dopo che il custode ha iniziato le procedure di pulizia a indicare che si procedeva con la normale routine. "Tommy non è il maschio dominante - dice il personale -, ma è colui che si prende cura del suo gruppo e che si occupa delle femmine. E quindi non poteva uscire nel reparto interno se mancava un membro del gruppo".

La reazione del branco fa riflettere una volta di più sul modo in cui i primati percepiscono la morte e solleva dubbi sulla loro capacità di provare qualcosa di simile al lutto umano. Come ha di recente sottolineato l'etologa Elisabetta Palagi, il fatto che gli scimpanzé di Bussolengo si trovino in un parco non rende le loro reazioni molto dissimili da quelle che si potrebbero osservare in natura. E allora è corretto dire che i primati non umani comprendono la morte di un loro simile e provano dolore, oppure è antropomorfizzarli?

"Gli scimpanzé, così come gli altri primati non umani, in genere fanno fatica a elaborare il lutto. Hanno bisogno di tempo per rendersi conto della morte di un conspecifico e lo abbandonano solo dopo tanto tempo e dopo aver provato a farlo reagire in modi diversi per svegliarlo dal sonno. - spiega Caterina Spiezio, responsabile del settore ricerca e conservazione del Parco Natura Viva, psicobiologa specializzata negli aspetti cognitivi del comportamento animale, in special modo dei primati. - Se muore un cucciolo, lo portano con sé per giorni, settimane, prima di abbandonarlo. Figuriamoci un membro del gruppo così importante come la decana". 

La ricercatrice descrive ancora la reazione del branco, diversa tra giovani e anziani: "Certo, quella mattina le giovani hanno iniziato a giocare lasciando che gli anziani si occupassero del fatto che Judy non stesse bene, salvo poi andare a vedere non appena finiva la fase di gioco. Ora, più che il lutto devono adattarsi all'assenza, alla mancanza di Judy. Hanno osservato tutti quando Judy coperta veniva portata via, fino all'ultimo, anche se quel che ormai vedevano sembrava soltanto un fagotto. In natura lo scimpanzé che muore viene abbandonato dopo giorni e solo dopo che tutti i membri del gruppo hanno provato almeno una volta a scuoterlo per farlo rialzare, e andando via si guardano indietro per vedere se si sia alzato e li stia seguendo".

Non tanto un "funerale" dunque, quanto l'esigenza di accertarsi di non aver abbandonato un membro del branco. "A noi esseri umani piace immaginare che lo stiano salutando, - conferma Spiezio - ma è molto di più, è chiedergli di tornare, è chiedergli di esserci ancora! Uno studio del 2020 pubblicato su Primates dal titolo "Responses to death and dying: primates and other mammals" (Reazioni alla morte e al morire: primati e altri mammiferi) di James R. Anderson prova ad affrontare la tematica di come gli animali non umani percepiscono e affrontano la malattia e la morte in modo più rigoroso di racconti fatti. C'è ancora molto lavoro da fare, ma sicuramente ci sono meccanismi fisiologici da un lato, psicologici e sociali dall'altro che portano ad accettare e rielaborare simili eventi. Quello che accomuna questi studi è che durante le cure da parte dei medici veterinari ai propri membri del gruppo, spesso gli animali si tengono a distanza, ma guardano attentamente i medici agire in silenzio e senza disturbare. Altro comportamento comune è il ritorno degli animali sul luogo dove hanno visto il loro compagno per l'ultima volta, che sia per un ultimo saluto o per cercarlo ancora non lo sappiamo, ma di sicuro la perdita di un membro lascia un segno tra i membri del gruppo".