Energia

Bhp, il colosso delle materie prime, abbandona gli idrocarburi

Il gruppo australiano, leader mondiale nel settore minerario, è in trattativa con Woodside Petroleum per cedere le attività petrolifere e del gas naturale
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ROMA - Il gruppo Bhp Billiton, la più grande società al mondo nel settore minerario fondata nel lontano 1895, ha deciso di uscire dal settore degli idrocarburi. O quanto meno di non gestire più direttamente le sue attività legate a petrolio e gas naturale. Il gruppo australiano ha appena annunciato di essere in trattative con Woodside Petroleum, società petrolifera con sede a Perth per cedere le sue concessioni che si trovano tutte in Oceania.

L'operazione potrebbe avere un valore tra i 13 e i 15 miliardi, secondo una fonte citata dal Wall Street Journal. Non è ancora stata decisa la modalità: potrebbe essere una cessione diretta, ma non è detto che Bhp - che ha da poco annunciato la migliore stagione di sempre nelle attività estrattive di materiali ferrosi - esca del tutto dagli idrocarburi.

“Una delle opzioni è una potenziale fusione dell’attività petrolifera con Woodside Petroleum e una distribuzione delle azioni di Woodside agli azionisti di BHP”, ha dichiarato la società che nel 2020 ha dichiarato, aggiungendo però che non è stato raggiunto alcun accordo.

Ma non è questo, ovviamente, l'aspetto più interessante dell'operazione, perché altrimenti si limiterebbe al semplice ambito finanziario. In realtà, nel caso riuscisse a condurre in porto il dossier, Bhp otterrebbe un doppio risultato. Il primo è quantitativo: i 15 miliardi incassati potranno, in parte, fare felici gli azionisti contribuendo a sostenere un dividendo più ricco e in parte a finanziare nuovi investimenti nelle materie prime più richieste per lo sviluppo delle nuove tecnologie, dal litio al rame alle terre rare.

Ma il secondo è qualitativo. Bhp può in questo modo rispondere alle pressioni che gli arrivano dagli Stati ma anche dai fondi di investimenti più impegnati nella finanza sostenibile. I governi occidentali stanno aumentando la loro opera di persuasione - fatta anche di nuovi limiti legislativi - perche le multinazionali riducano la loro esposizione verso le attività a maggiore impatto ambientale, a cominciare dagli asset collegati agli idrocarburi. E in ogni caso, sanno che entro il 2050 la domanda di energia sarà coperta da fonti rinnovabili e solo da una piccola parte da gas e nucleare.

Per cui vale la pena uscire il prima possibile, avendone l'occasione, da settori che hanno una "data di scadenza". Anche perché in questo modo i vertici di Bhp rispondono a un altro tipo di pressione: quella di fondi attivisti, investitori etici i quali - spesso e volentieri - hanno nel loro statuto il divieto di diventare azionisti in aziende che incidono negativamente sul cambiamento climatico.

Almeno, in questo modo, Bhp potrà concentrarsi su altre pressioni che arrivano dal mercato e dai fondi più impegnati: quelli del rispetto dell'ambiente e dei diritti delle comunità locali là dove gestisce le sue miniere.

Rimane una considerazione da fare: in caso di fusione, si potrà sempre dire che Bhp rimane azionista di un gruppo petrolifero. Ma può sempre essere un primo passo e in ogni caso non ne sarà più responsabile direttamente. E' una transizione, è in mancanza di vincoli più severi si procederà passo dopo passo. Non a caso, proprio in questi giorni, Eni ha annunciato che il consorzio di cui possiede il 40% (il restante 60% è in capo al colosso russo Lukoil) ha iniziato le attività di ricerca in una nuova concessione nel Golfo del Messico. 

E questo nonostante non passi quasi settimana senza che Eni annunci un nuovo investimento in attività green. Evidentemente finanziate da quelle che lo sono un pò meno. La stessa cosa che farà Bhp con i proventi degli utili della eventuale società con Woodside Petroleum.