Emissioni
Orjan F. Ellingvag/Corbis via Getty Images 

Allarme metano, mai così tanto nell'atmosfera. Ecco come e dove si può (si deve) ‘tagliare’

Dalla Russia agli Usa, dall’Iran all’Australia boom di emissioni, ma per ridurre il riscaldamento globale di 1,5% bisognerebbe invece ridurle del 40-45% entro il 2030 (il che eviterebbe 255mila morti premature l'anno). I settori di intervento sono allevamenti intensivi, combustibili fossili, rifiuti

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Quando si parla di riduzione delle emissioni nocive si tende spesso a concentrarsi solo sull’anidride carbonica. Ma tra i gas responsabili dell’effetto serra non va sottovalutato il metano (CH4), la cui concentrazione nell’atmosfera continua a crescere. L’ultimo report dell’Unep (il programma ambientale delle Nazioni Unite) lo definisce “in grado di contribuire al riscaldamento globale decine di volte di più rispetto all’anidride carbonica”. A differenza di quest’ultima, il metano “vive” nell’atmosfera per un tempo relativamente breve, circa una decina di anni: questo significa che un’azione di contenimento sulle emissioni di questo gas può portare a risultati concreti nel breve termine sul fronte della lotta al riscaldamento globale.

Trend inarrestabile

Invece, per l’Unep “la concentrazione di metano nell’atmosfera è più che raddoppiata rispetto all’era pre-industriale” e il trend non sembra arrestarsi. Lo confermano i dati del Copernicus Climate Change Service (C3S), che attraverso i satelliti monitora la concentrazione nell’atmosfera dei gas a effetto serra: quella del metano è aumentata dello 0,4% all’anno dal 2010 in poi. I valori sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 2003 e il 2006, per poi iniziare a crescere dal 2007 al ritmo di circa 8 ppb (parti per miliardo) all’anno. Le ragioni di questo andamento non sono chiare, ma probabilmente sono legate ai cambiamenti nei processi chimici che agiscono per rimuovere il metano dall’atmosfera. I dati preliminari sul 2020 indicano che lo scorso anno la concentrazione del gas è aumentata a un ritmo superiore alla media, e questo nonostante lo scorso anno la produzione di gas e petrolio sia scesa e di conseguenza le emissioni relative a questo settore, come rivela l’ultima edizione del Methane Tracker dell’Agenzia internazionale per l’energia.

Metano, il gas naturale che scalda l'atmosfera

Nel 2020 i satelliti che monitorano la presenza di metano nell’atmosfera hanno scoperto importanti fughe di gas in varie aree del mondo, come Algeria, Kazakhstan, Iraq, Kuwait, Russia e Turkmenistan. Il Methane Tracker dell’Iea ha calcolato che lo scorso anno sono state scovate in questo modo 5,5 milioni di tonnellate di gas immesse nell’atmosfera.

“Grazie ai satelliti come Sentinel 5-p possiamo individuare grandi fonti di emissioni di metano di origine antropogenica, ma quantificare queste emissioni e specialmente le loro variazioni è ancora molto complicato”, fanno sapere da Copernicus. “La comunità scientifica sta lavorando su questo tema, ma per ora l’osservazione è possibile caso per caso e solo per le fonti di emissioni più importanti”. Ad esempio, Russia, Usa e Iran sono in testa alla classifica globale dei Paesi che emettono le maggiori quantità di metano per quanto riguarda il settore oil & gas.

In natura il metano viene rilasciato dai microbi presenti nel terreno, oltre che dagli incendi, dalla decomposizione delle piante e dalla digestione animale. Tuttavia, secondo le stime del C3S il 60% delle emissioni del gas risulta dalle attività umane, in particolare dalle discariche, dagli allevamenti, dalle coltivazioni di riso e dalla produzione e dall’utilizzo di combustibili fossili. L’aumento delle emissioni di metano in atmosfera è dovuto proprio al fatto che l’azione dell’uomo ne rilascia quantità superiori a quelle che i processi naturali, come le reazioni chimiche con altri gas o l’azione dei microbi, riescono a eliminare.

Il report dell’Unep “Global Methane Assessment: Benefits and Costs of Mitigating Methane Emissions” avvisa che in assenza di politiche ad hoc “le emissioni di metano continueranno a crescere: l’obiettivo degli accordi di Parigi di ridurre il riscaldamento globale di 1 grado e mezzo non potrà essere raggiunto se non si tagliano queste emissioni del 40-45% entro il 2030”. Una riduzione di queste proporzioni contribuirebbe a contenere il riscaldamento globale dello 0,3% entro il 2040, evitando ogni anno 255mila morti premature e la perdita di 73 miliardi di ore di lavoro e di 26 milioni di tonnellate di raccolti a causa del caldo estremo.

Le emissioni di metano causate dall’uomo provengono principalmente dall’agricoltura (40%), dal settore dei combustibili fossili (35%) e dai rifiuti (20%). Per quanto riguarda i combustibili fossili, il 23% delle emissioni deriva dai processi di estrazione, lavorazione e distribuzione di petrolio e gas, mentre il 12% proviene dalle miniere di carbone.

Secondo l’Unep “esistono già soluzioni mirate in grado di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030, e quasi metà di queste tecnologie è facilmente disponibile nel settore dei combustibili fossili”. Gran parte di queste misure “presenta costi trascurabili, e più del 50% ha addirittura costi negativi, nel senso che questi provvedimenti si ripagano con il risparmio di denaro”. Nelle diverse aree del mondo, il potenziale delle misure di riduzione delle emissioni di metano varia a seconda dei settori: in Europa e India è maggiore nel settore dei rifiuti, in Cina nel comparto carbonifero e negli allevamenti, in Africa negli allevamenti e nell’oil&gas, mentre nell’Asia-Pacifico la possibilità di agire è più ampia nelle miniere di carbone e ei rifiuti. Medio Oriente, Nordamerica e Russia hanno più margine di manovra nell’oil & gas, mentre in America Latina il settore dove si può intervenire più efficacemente è quello dell’allevamento.