Transizione ecologica

Lavoro, l'energia pulita ci darà anche da mangiare: 8 milioni di posti in più entro il 2050

Secondo l'Eiee il passaggio a fonti energetiche rinnovabili porterà gli attuali 18 milioni di posti di lavoro nel settore energetico a 26 milioni nei prossimi 30 anni, grazie in particolare alla spinta dell'industria solare e eolica
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Fare del bene al Pianeta farà del bene anche al mercato del lavoro. Almeno per 8 milioni di nuovi occupati entro il 2050. Lo dicono le proiezioni di uno studio realizzato da Rff-Cmcc european institute on economics and the environment (Eiee), appena pubblicato sulla rivista One Earth, sul sistema energetico globale e sull’impatto economico di politiche climatiche ed energetiche sempre più stringenti.

Secondo la ricerca, tarata sull’impronta lavorativa di 50 Paesi (compresi i principali produttori di combustibili fossili), il raggiungimento degli obiettivi contenuti nell’Accordo di Parigi, con il contenimento del riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, avrà ripercussioni significative: la drastica riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili sostituiti da fonti energetiche low carbon, porterà alla scomparsa delle vecchie industrie a favore di nuove, con variazioni nella localizzazione geografica delle attività e l’emergere di nuovi tipi di lavoro offerti dal settore energetico.

Perché ciò avvenga, e avvenga in tempi rapidi, il supporto della politica alle scelte climatiche è imprescindibile, in particolare nei Paesi che reggono la loro economia sui combustibili fossili. E una spinta al cambiamento potrebbe arrivare proprio da quanto emerge da questo studio, che evidenzia l’impatto positivo che la transizione dovrebbe avere a livello economico: il passaggio a fonti energetiche rinnovabili porterà gli attuali 18 milioni di posti di lavoro nel settore energetico a 26 milioni entro il 2050, grazie in particolare alla spinta dell’industria solare e eolica.

I dati raccolti sono stati combinati con un modello di valutazione integrato che considera l’influenza dello sviluppo degli esseri umani e delle scelte effettuate a livello di società. “La transizione energetica è sempre più studiata attraverso modelli molto dettagliati e altamente tecnologici, afferma Johannes Emmerling, ricercatore a capo dell’unità Low carbon pathways di Eiee, "Tuttavia, la dimensione umana, i temi legati all'accesso all'energia, alla povertà e le implicazioni distributive e occupazionali sono spesso considerate con un livello di dettaglio ancora insufficiente. Abbiamo cercato di colmare questo vuoto”.

Occupazione e transizione energetica

Secondo lo studio, se gli obiettivi di Parigi venissero rispettati, nel 2050 ben l’84%  dei posti di lavoro del comparto energetico sarebbe legato al settore delle energie rinnovabili, appena l'11% rimarrebbe ancorato a quello dei combustibili fossili e il 5% al nucleare. I posti di lavoro legati ai combustibili fossili, che oggi costituiscono per l'80% del totale, diminuirebbero rapidamente e altrettanto rapidamente verrebbero assorbiti dai comparti “rinnovabili”.

Una grossa fetta della crescita del numero di nuovi posti di lavoro nel solare e nell’eolico, pari a 7,7 milioni di posti nel 2050, sarebbe nel comparto manifatturiero, non soggetto a vincoli geografici, e che pertanto potrebbe portare a una competizione tra i Paesi per accaparrarsi questa nuova occupazione. A beneficiarne il Medio Oriente, il Nord Africa e gli Stati Uniti mentre la Cina potrebbe subire una sostanziale perdita di posti di lavoro dovuta al declino del settore del carbone.

"Dovranno essere messe in atto politiche di transizione eque. In molti casi, i lavoratori dei combustibili fossili detengono un'influenza politica e alti tassi di sindacalizzazione: mentre ci muoviamo verso fonti a basse emissioni di carbonio, è importante disporre di un piano per l'accettabilità e comprensione generale della necessità delle politiche climatiche".