Consumi e salute

Chi protegge i nostri rubinetti: i Piani di sicurezza dell'acqua

Come possiamo essere certi della potabilità dell’acqua che entra nelle nostre case? C’è chi lavora per garantire la nostra sicurezza, anche se non lo sappiamo. Ecco chi sono, cosa fanno e come
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Chiudere la stalla prima che i buoi siano scappati ribalta un popolare proverbio ed è il compito affidato ai Piani di sicurezza dell’acqua (Psa), un sistema che ha l’obiettivo di prevenire anomalie effettuando controlli lungo tutta la filiera idro-potabile, in pratica di intervenire prima che acque inquinate possano arrivare nelle nostre case. Un piano pensato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel 2004 e sul quale, in precedenza, si era in parte chinata la Comunità europea con la direttiva 98/83/CE, successivamente recepita dall’Italia con il decreto legislativo 31/2001, poi modificato nel 2017.

Ai tossicologi, ai chimici e agli ingegneri in forza ai Psa viene chiesto di immaginare l’evento pericoloso, per esempio un agente chimico o microbiologico capace di arrivare ai nostri rubinetti, e di intercettarlo sul nascere, risalendo se possibile alle sue cause e comunque tenendolo sotto controllo. Gli esami vengono effettuati lungo tutta la filiera di distribuzione delle acque e vengono definiti tanto gli eventi pericolosi, quanto gli scenari più a rischio permettendo così l’attivazione di schemi di prevenzione.
 

Controlli che vengono adattati in modo periodico e che, a metà dello scorso mese di febbraio, hanno permesso di intercettare per la prima volta in Italia le varianti inglese e brasiliana del virus Sars-CoV-2 in alcune acque di scarico. Per capire come e in quali condizioni lavorano i Psa abbiamo chiesto il supporto del dottor Luca Lucentini, Direttore del Reparto Qualità dell'Acqua e Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

Come avvengono i controlli

Il principio di casualità, che guida oggi i controlli al rubinetto, viene integrato con criteri più specifici per identificare le eventuali circostanze di pericolo come spiega Luca Lucentini: "I punti di verifica sono quelli che rappresentano più rischio. Per esempio, in un edificio, si verificano i rubinetti che si trovano nelle peggiori condizioni o in punti più distanti del sistema e si controlla se ci sono livelli alti di metalli dopo una stagnazione prolungata".

Questo è quanto accade in una rete di distribuzione delle acque, i criteri sono gli stessi ma la metodologia è più complessa quando adottata per gli acquedotti, laddove le verifiche si snodano su diversi livelli.

"In un acquedotto preleviamo campioni che vengono esaminati mediante tecniche lunghe, i cui responsi richiedono 24-48 ore e possono arrivare quando l’acqua è già in circolo, quindi ci sono anche controlli in tempo reale che ci avvertono della possibilità di variazioni potenzialmente in grado di comportare rischi. Adottiamo il più possibile sistemi online di rilevazione in tempo reale per attivare misure che tengano i rischi sotto controllo, in prevenzione".

Modalità che permettono di gestire in tempo reale anche le criticità, spiega Lucentini: "Se non ci sono alternative si va verso la restrizione dell’uso dell’acqua, avvertendo la popolazione interessata in tempo reale ma, in genere, si blocca l’area di captazione e si manda in rete acqua proveniente da fonti sicure".

Sono oltre 50 i parametri mediante la cui analisi viene valutata la qualità delle acque italiane: tra questi il Ph, la conducibilità elettrica, l’alcalinità e il residuo fisso. Resta l’imprevedibilità, legata a eventi climatici o ambientali e, in questi casi, ciò che fa la differenza è la prontezza di reazione e la capacità di informare la cittadinanza.

Nelle abitazioni private i rischi sono relativamente bassi, occorre però tenere sotto controllo anche le acque che raggiungono ospedali, caserme, scuole e una variegata schiera di edifici in cui vengono applicate le stesse logiche di prevenzione e di controlli.

La situazione in Italia e il ruolo delle istituzioni

Le acque italiane sono di ottima qualità. Ci sono tuttavia due problemi che esigono soluzione. Da una parte i parametri qualitativi che ancora non sono normati e la dispersione. Su questo ultimo tema è intervenuto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, sottolineando che la rete idrica nazionale disperde il 42% dell’acqua. In numeri più accessibili, quando dai nostri rubinetti escono 10 litri d’acqua, più di quattro litri sono usciti dalle tubature prima di giungere fino a noi.

"Alcune emergenze – continua il dottor Lucentini – hanno mostrato l’inefficienza del sistema che però sta migliorando molto, l’Italia ha contribuito alla creazione di direttive europee, anche perché abbiamo maturato esperienze importanti. Esiste una sacca di criticità che sono quelle dei gestori in economia che possono contare su risorse limitate rispetto ai grandi gestori e non sembrano avere sufficiente sensibilità al problema delle acque".

Acque inquinate d'Italia

Le emergenze a cui fa riferimento il dottor Lucentini sono, in particolare, quella relativa all’inquinamento di origine industriale di falde in tre province venete (2017) che ha portato a galla "una lacuna di sistema nello strumento della tutela normativa", e l’episodio del 2014 in cui, in Toscana, è stato rinvenuto tallio nelle acque, in questo caso un inquinamento di origine naturale.


Un’informazione interessante – stando al censimento delle acque pubblicato dall’Istat nel 2020 ed elaborato sui dati del 2018 – riguarda i gestori dei servizi idrici: 2.119 dei 2.552 censiti (l’83%) sono gestori in economia, ovvero enti locali. Questo significa che i gestori specializzati erano 433 (il 17% del totale). Lasciamo che istituti senza competenze specifiche si prendano cura dell’acqua che consumiamo ogni giorno. Il fil rouge è uno: l’Italia idrica ha bisogno di innovazione e di investimenti. Una necessità che sembra essere stata compresa dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) che intende dare priorità alle utility.

Il ruolo dei cittadini

Una parte dei Psa fa leva sulle segnalazioni dei cittadini ma, ciò che può fare veramente la differenza, è la cultura del singolo: "Ognuno dovrebbe conoscere l’acqua che gli viene consegnata dal proprio gestore, conoscerne la qualità, la composizione e l’origine è importante. Dovremmo anche prenderci cura dell’impianto idrico domestico o condominiale perché, anche nel cosiddetto “ultimo miglio” possono verificarsi situazioni anomale" spiega Lucentini.

Acqua calcarea, falso mito

Cultura che aiuta sia la prevenzione sia il buon uso delle acque, tra dubbi e miti da sfatare. Tra questi ce n’è uno che riguarda la durezza dell’acqua e che viene interpretato grazie ai residui di calcare che troviamo alle estremità dei rubinetti, credendo che possa avere ricadute sui reni ed essere origine di episodi di calcolosi. Niente di più falso - rassicura il Direttore del Reparto Qualità dell'Acqua e Salute dell’Iss - calcio e magnesio tipici delle acque dure prevengono molte malattie cardiovascolari. A meno di avvertenze mediche specifiche, le acque ricche di calcio e magnesio sono ottime per l’uomo, meno per gli elettrodomestici.

 

 

C’è il rischio di una cultura che ci porta a filtrare dalle acque sostanze che poi saremo costretti ad assumere con gli integratori. I Psa considerano anche l’ultimo miglio con raccomandazioni circa i materiali da usare, la progettazione e le qualifiche degli idraulici.

Quello che ci sembra scontato e non lo è

Aprire il rubinetto e vedere l’acqua che scorre è normale. Non ci facciamo molte domande, tutto è trasparente: si ruota la manopola e l’acqua fa il resto. Tuttavia, partendo dai numeri macroscopici, ciò che a noi sembra normale è tutt’altro che tale.

 

 

In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo di questo 2021, l’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) ha ricordato che il 33% della popolazione ha accesso limitato alle risorse idriche. Una persona su tre. Sostenere che sia un problema circoscritto a una parte del globo è inesatto; i Paesi con carenze idriche più o meno gravi sono in tutto 140 su un totale di 208, (qui il report in versione ridotta). Non occorre cambiare continente per trovarne tracce evidenti: Bulgaria, Romania e Ungheria sono molto vicine e il Mezzogiorno lo è ancora di più.

 

 

In assenza di interventi mirati, sostiene l’Onu, nel 2050 le persone che vivranno in regimi di scarsità di acqua saranno 5,7 miliardi. Non è (soltanto) l’acqua in sé, è il valore che non riusciamo a darle che ne mina l’equilibrio. “Acqua” ha molti sinonimi: salute, economia e ambiente sono soltanto alcuni di questi.

L’economia dell’acqua

Secondo la Banca mondiale dare accesso all’acqua potabile ai 140 Paesi che soffrono di scarsità costerebbe 114 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 10 anni. E non è tutto: laddove c’è carenza di acqua le economie locali possono perdere il 6% di Pil ogni anno.

Nel periodo dal 2009 al 2019 la siccità ha sfiancato 100 milioni di persone al mondo, causando danni e perdite per almeno 100 miliardi di dollari, pari circa a 84 miliardi di euro. Nel mondo l’agricoltura esige il 69% dell’acqua dolce destinata al consumo umano, l’industria ne consuma il 19% e le città il 12%.