Emissioni

Ecco cosa c'è dietro al balzo dei prezzi del carbonio

Secondo gli esperti, "è inevitabile che le quotazioni continuino a salire se si vuole prendere sul serio il processo di decarbonizzazione"
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In una fase storica ed economica in cui gran parte dei prezzi di materie prime ed energia è in forte rialzo se non addirittura fuori controllo, le quotazioni dei permessi europei per le emissioni di anidride carbonica sono balzate ai massimi storici, oltre quota 50 euro la tonnellata. A spingerle tanto in alto, un complesso combinato disposto di fattori che andiamo ad analizzare.

Il sistema Ets

Prima di cercare di capire cosa sta succedendo ai cosiddetti diritti a inquinare, occorre tenere presente che gli stessi sono negoziati sull'Ets, ossia il sistema istituito nel 2005 dall'Unione europea per lo scambio delle quote di emissione. L'Ets opera secondo il principio della limitazione e dello scambio delle emissioni: viene fissato un tetto alla quantità di alcuni gas serra che possono essere emanati dagli impianti che rientrano nel sistema, e quel tetto si riduce nel tempo di modo che le emissioni totali possano diminuire.

Come sottolinea Edoardo Croci, docente dell'università Bocconi con un corso dedicato ai mercati dei permessi per il carbonio, è proprio dall'Ets che bisogna partire per meglio comprendere quel che sta accadendo: "Con l'avvio dal 2021 al 2030 della fase 4 del sistema, l'Ue prevede una riduzione maggiore, al tasso annuo del 2,2% rispetto al precedente 1,74%, della quantità complessiva di quote di emissione. Ciò contribuisce a ridurre l'eccesso di offerta, con conseguenti spinte al rialzo sui prezzi, insieme con un altro meccanismo istituito dall'Ue con lo stesso obiettivo: la cosiddetta riserva stabilizzatrice del mercato. Si tratta di un fondo dove confluiscono le quote di emissioni di carbonio in eccesso, gran parte delle quali verrà poi eliminata a partire dal 2023".

Il pacchetto del 55%

Per Antonio Massarutto, professore associato di economia applicata all'università degli studi di Udine, "il prezzo dei diritti che sale è, se vogliamo, la dimostrazione che lo strumento dell’Ets sta finalmente funzionando, e che l’incentivo sta finalmente 'mordendo'. Tanto che anche altre economie, a cominciare dalla Cina, stanno pensando di adottare un meccanismo simile. Se il 'pacchetto 55%' entra in vigore, ci saranno giocoforza meno emissioni consentite, quindi chi vuole assicurarsi il diritto di continuare a generarle ancora per un po’ si dovrà attrezzare acquistando i relativi diritti".

Il riferimento di Massarutto è al pacchetto legislativo atteso dalla Commissione europea il 14 luglio, che dovrebbe regolamentare tutta una serie di settori dell’economia chiamati a contribuire al nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni in Ue, pari appunto al 55% (rispetto al precedente 40%) entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.


A proposito di nuove leggi e di tassazione ambientale, Gianni Bessi, consigliere dell'Emilia Romagna ed esperto ambientale mette in guardia che, "quando nel concreto si va a regolamentare ancora di più questo settore, occorre avere consapevolezza delle conseguenze pratiche sulle imprese. Per esempio, l'industria agroalimentare attraversa dei momenti stagionali di lavoro molto intenso in cui l'emissione di gas è elevata ma vive anche lunghe fasi di tranquillità in cui inquina molto meno. Questo per dire che la regolamentazione non va pensata solo in chiave ambientale ma anche in chiave di competizione tra le filiere produttive globali, perché si possono creare delle distorsioni".

Il ruolo delle aspettative

Tornando ai diritti a inquinare, Croci aggiunge che a contribuire alla spinta al rialzo dei prezzi del carbonio "c'è poi un fenomeno, che deriva da scelte politiche, connesso all'impossibilità di convertire i crediti di emissione ". Soprattutto, però, " c'è un meccanismo legato alle aspettative, sia sulle azioni di lungo periodo dell'Unione Europea, che appare sempre più impegnata a procedere con la decarbonizzazione, sia sulla ripresa economica. In particolare, ci si attende che quest'ultima alimenti un bisogno di diritti di emissione sempre maggiore". Considerando, tutti questi fattori, quelli più tecnici e le aspettative, come osserva Croci, “le quotazioni salgono, anche se siamo in una fase di uscita dalla pandemia in cui al contrario ci si sarebbe aspettati una riduzione dei prezzi dell'anidride carbonica a seguito del ridimensionamento delle emissioni”.


Anche a detta di Massarutto, tra le diverse forze in campo che determinano i prezzi del carbonio, “una è certamente legata alla ripresa dopo la pandemia, e dipende dal naturale assestamento dei mercati, a cominciare da quelli delle materie prime, energetiche e non. Durante la pandemia la capacità produttiva si è ridotta, e ora con la ripresa tutto deve rimettersi in moto rapidamente, gli stock si devono ricostituire e così via. Nel caso del CO2, numerosi studi evidenziano una correlazione tra il prezzo dei combustibili fossili e quello delle emissioni, anche se questa relazione ultimamente si era indebolita. Dunque può darsi che, almeno in parte, l’aumento dei prezzi delle commodity abbia trascinato con sé quello dell’Ets”.

C’è ancora spazio per salire

Non solo. “C’è sicuramente - nota ancora Massarutto - anche una componente speculativa: si è notata una grande intraprendenza sul mercato da parte di fondi di investimento, che evidentemente si basa sull’aspettativa che il prezzo salirà ulteriormente, almeno nel breve termine”.
In molti si interrogano su quanto ancora dureranno prezzi del carbonio così elevati e se, addirittura, sono destinati a salire ancora. Nel frattempo, l'ultimo rapporto Global Energy Review dell'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) stima emissioni in crescita di 1,5 miliardi di tonnellate nel 2021, a 33 miliardi di tonnellate, alimentate anche da una elevata domanda di elettricità che passa ancora dall’uso carbone.

Massarutto ritiene che “ci abbiano visto bene quegli analisti che, a cominciare da Bloomberg, interpretano l'amento dei prezzi come un segnale che il mercato dà ormai per scontato il varo del 'pacchetto 55%', e gli impianti inquinanti si stanno attrezzando di conseguenza. Credo quindi che questo rialzo preannunci una tendenza strutturale”.

Il termometro della transizione energetica

Il fatto è, spiega Massarutto, che "il prezzo delle emissioni è, in un certo senso, un termometro che misura la velocità e la facilità con cui avviene la transizione energetica. Se le fonti rinnovabili nel loro complesso fossero già competitive e in grado di soddisfare per intero la domanda, il prezzo scenderebbe a zero: nessuno vorrebbe più utilizzare i combustibili fossili. Se il prezzo sale è perché ci si attende che, mentre le emissioni totali devono scendere, i – relativamente – pochi impianti 'fortunati' rimasti sul mercato potranno ancora operare con costi inferiori a quelli delle energie alternative. Se il costo di produzione dell’energia rinnovabile è 100 € mentre quello dell’energia fossile è 50 euro, sarò disposto a pagare fino a 49 euro per assicurarmi il diritto a mantenere in produzione il mio impianto. È quindi inevitabile che i prezzi del CO2 continuino ad aumentare, se vogliamo prendere sul serio gli obiettivi di decarbonizzazione” conclude Massarutto.