Amazzonia

Indigeni armati di smartphone per combattere la deforestazione

Nella regione di Loreto, in Perù, dimezzata in un anno la perdita di alberi grazie a un sistema di allerta ad alta risoluzione affidato alle popolazioni locali. Le comunità più minacciate hanno ottenuto i risultati migliori
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“People have the power”, cantava Patti Smith. E sembra il motto della sperimentazione condotta nell’Amazzonia peruviana per arginare la deforestazione. Come? Affidando il controllo della situazione alle popolazioni indigene, fornendo loro le tecnologie adeguate per monitorare il territorio e il potere – appunto – di gestire le informazioni. Così, muniti di smartphone e connessione satellitare, gli abitanti di una vasta zona della regione di Loreto sono riusciti a dimezzare la perdita di alberi in un anno. Sono 3.344 le comunità riconosciute, che vivono in un’area coperta per oltre un terzo dalla foresta pluviale amazzonica. Ma nemmeno questa porzione del polmone verde del pianeta viene risparmiata dall’assalto di estranei che tagliano le piante per fare spazio ad attività più o meno illecite; anzi, proliferano affari come l’estrazione dell’oro, il disboscamento e la semina di colture utilizzate per produrre sostanze stupefacenti, soprattutto cocaina.

Tra il 2000 e il 2015, circa il 17% del fenomeno si è concentrato in riserve protette a livello nazionale o assegnate alle persone del posto. Come spiega Cameron Ellis della Rainforest Foundation Us alla Bbc, si prevede che – alle attuali condizioni – nel prossimo decennio andranno distrutti 4,4 milioni di ettari di foresta. Perciò, varie organizzazioni ambientaliste, insieme ai governi di Brasile, Perù e Colombia, hanno investito in innovazione tecnologica e adottato un sistema di allerta ad alta risoluzione per combattere la deforestazione. Tuttavia, le informazioni ottenute entrano difficilmente nella disponibilità delle comunità indigene più colpite dal problema. Ecco perché il nuovo studio – i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – si è posto l’obiettivo di mettere questo patrimonio di dati direttamente nelle loro mani.

Per attuare il programma, i ricercatori hanno identificato 76 villaggi remoti nell’Amazzonia peruviana, di cui 36 scelti in modo casuale. Altri 37, invece, sono serviti come gruppi di controllo e hanno mantenuto le precedenti pratiche di monitoraggio forestale. Tre membri di ciascuna comunità selezionata, poi, sono stati formati per usare i mezzi necessari ed effettuare i pattugliamenti. Come funziona? Quando i segnali satellitari mostrano una possibile opera di disboscamento, le foto e le coordinate Gps vengono caricate su chiavette Usb, trasportate lungo il Rio delle Amazzoni e consegnate dai corrieri. La documentazione, scaricata su smartphone con apposite app, guida gli ispettori verso le posizioni sospette. Qualora si accerti la deforestazione non autorizzata, si riferisce tutto all’assemblea generale per decidere come comportarsi. Se non ci sono particolari rischi, si può allontanare chi sta tagliando gli alberi; se, invece, sono coinvolti trafficanti di droga, si chiede l’intervento delle forze dell’ordine.

Ebbene, la deforestazione è diminuita del 52% nel primo anno e del 21% nel secondo. Un successo, rispetto agli scarsi esiti delle procedure finora applicate. In media le comunità che hanno partecipato al progetto sono state in grado di preservare 8,8 ettari di copertura arborea nell’arco di 12 mesi; e proprio quelle più minacciate hanno ottenuto i risultati migliori. Si comprende il motivo per cui gli indigeni hanno accolto con favore la ricerca e il fatto che fosse sottoposta a revisione paritaria. Se il nuovo metodo si diffondesse, la perdita di alberi potrebbe rallentare fino al 20% in tutte le terre. Se si mirasse alle aree con tassi di deforestazione più alti, lì la perdita potrebbe abbassarsi di oltre tre quarti.