L'intervista

"Bombe d'acqua e uragani mediterranei: il mare ci aiuta a prevederli"

I danni di un'alluvione a Magoula, in Grecia, nel 2020 (foto: Kostas Mantziaris/Afp via Getty Images) 
"Così possiamo tenerne conto aumentando la precisione delle previsioni, in particolare quelle che riguardano eventi estremi come i forti temporali e le alluvioni", spiega Antonio Ricchi, studioso di Fisica dell'atmosfera dell’Università dell’Aquila/CETEMPS
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Per prevedere le 'bombe d’acqua', che nei prossimi anni potrebbero crescere non nel numero ma nell’intensità, bisogna tenere conto della temperatura del mare. Lo dimostra uno studio pubblicato su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori italiani che comprende lo studioso di Fisica dell'atmosfera Antonio Ricchi (dell’Università dell’Aquila/CETEMPS), il meteorologo Marcello Miglietta dell’ISAC-CNR e i ricercaatori Davide Bonaldo (CNR-Ismar), Sandro Carniel (Centre for Maritime Research della NATO) e Guido Cioni (Max Planck Institute). Fino ad oggi, sia per mancanza di modelli come quello descritto da Antonio Ricchi nello studio, che per le difficoltà nel reperire i dati sulla temperatura nelle profondità marine, nei modelli per le previsioni del tempo si è semplificata l’influenza del mare. Oggi però si può tenerne conto aumentando la precisione delle previsioni, in particolare quelle che riguardano eventi estremi come i forti temporali e le alluvioni.

Antonio Ricchi, studioso di Fisica dell'atmosfera presso l'Università dell'Aquila/CETEMPS e co-autore dello studio 

Come nasce questa ricerca, dottor Ricchi?

"Nasce da uno studio sull’area di Venezia. Le aree costiere italiane sono molto vulnerabili agli eventi estremi, e sono anche le aree dove si formano gli eventi estremi più intensi, le cosiddette “bombe d’acqua”, come vengono chiamate mediaticamente, anche se sarebbe più corretto definirle 'alluvioni lampo'. Come nel caso di Venezia e delle altre città costiere, il problema è che l’acqua precipita su un suolo antropizzato, cementificato. E quindi non defluisce, non filtra, rimane là. Se cadono 300 millimetri di pioggia, a terra rimangono 300 millimetri di pioggia. Lo studio nasce dalla volontà di capire perché i modelli meteorologici attuali non riescono a riprodurre per bene questi fenomeni".

 

E cosa avete capito?

"Abbiamo analizzato la letteratura e abbiamo indagato sui fattori chiave per questi eventi estremi sulle coste. Nei modelli attuali, la temperatura del mare, per rendere i calcoli meno onerosi, viene considerata come una media, come se il mare fosse piatto e uniforme, come se la sua temperatura rimanesse fissa nel tempo. Ad esempio se devo fare una previsione di cinque giorni, si considera come se la temperatura dell’acqua marina rimanesse fissa per cinque giorni. È una facilitazione – che permette di avere previsioni in tempo utile per lanciare le allerte - ma è anche un sistema poco preciso. Quello di cui ci siamo resi conto è che la temperatura marina, e le sue variazioni giornaliere, è un fattore cruciale per i fenomeni alluvionali costieri. Perché quando l’aria passa sopra all’acqua, il calore viene trasferito in un senso o nell’altro. Se l’aria è più calda dell’acqua, trasferisce calore al mare. Se l’acqua è più calda dell’aria, passa una parte di calore, e di umidità, all’atmosfera. Succede così che in aree come quelle di Venezia, o della Liguria, dove si incanalano determinate correnti, il calore trasportato dall’aria faccia esplodere con più veemenza il fenomeno delle bombe d’acqua".

In che modo dal calore del mare si arriva alla bomba d’acqua?

"Degli studi stimano che il 90% del calore prodotto dall’uomo dagli anni ’70 ad oggi non è in atmosfera, ma è nell’acqua: nei primi 700 metri delle profondità marine. In un certo senso il mare ci sta aiutando. È come se ci dicesse: “Io non ti restituisco tutto il calore che hai prodotto, perché io ho un’inerzia termica diversa da quella dell’atmosfera: lo posso incamerare”. E poi il mare porta questo calore in giro con la circolazione termoalina globale (di cui fa parte la Corrente del Golfo). In questi giorni in cui l’aria è molto calda – con temperature che toccano i 40°C – siccome la temperatura dell’acqua è intorno ai 28°C, l’aria cede calore all’acqua, e l’acqua lo porta in profondità. Quando arriva settembre, invece, sul mare passerà dell’aria più fredda. E quindi prenderà calore dal mare. Se poi quest’aria si trova di colpo di fronte a una montagna, o si trova in zone dove si incontrano due diverse correnti atmosferiche, il fatto che è un’aria che si è riscaldata è inumidita per effetto del passaggio sul mare fa sì che si verifichino le bombe d’acqua. Quello che stiamo guardando in questi casi è l’effetto finale di una catena di eventi che inizia nelle profondità marine. Il mare incamera calore, ma poi a un certo punto lo restituisce tutto in un momento e in una certa zona. In un evento estremo".

Questi eventi climatici estremi come cambieranno con il riscaldamento globale?


"Premetto che è difficile definire la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, perché li stiamo osservando da pochi anni. Un report di Legambiente del 2018 mostra comunque che dal 2000 gli eventi estremi sono aumentati. Le proiezioni future ci possono dare qualche indicazione: a seconda delle zone, potrebbe accadere che gli eventi estremi diminuiscano di numero ma aumentino di intensità. Ad esempio su Napoli potrebbe piovere per meno giorni, ma potrebbe piovere di più in un singolo giorno. Nel nostro studio abbiamo considerato una bomba d’acqua che ha colpito Venezia nel 2007: in quell’occasione in due ore sono caduti ben 350 millimetri di pioggia, ovvero un quarto della quantità che cade in un anno. Bene, è un esempio perfetto di ciò che potrebbe succedere in futuro: potremmo avere su Venezia – o su altre città - quattro eventi del genere in un anno, invece di quaranta eventi più blandi e leggeri che il terreno è capace di assorbire e l’agricoltura è capace di usare".

Che cosa sfugge di più ai modelli attuali, riguardo a questi eventi estremi?

"Le faccio un esempio. Nel 2003 abbiamo avuto un’estate caldissima, però non ci fu un autunno catastrofico con piogge torrenziali e alluvioni. Quello che stiamo cercando di capire adesso, applicando il nostro modello che tiene conto della temperatura marina, è il perché. Probabilmente in quell’anno il mare è riuscito a incamerare in profondità il calore ricevuto durante l’estate, e non l’ha rilasciato in superficie in autunno. Potrebbe anche essere effetto delle onde – infatti nel nostro modello incorporiamo anche il moto ondoso: le onde rimescolano la superficie del mare e buttano il calore in profondità. Sono fenomeni che vanno studiati meglio. Nel Mediterraneo, ad esempio, stiamo studiando i 'Medicane', ovvero gli uragani mediterranei: è nato un progetto europeo su questo tema perché per due anni di seguito la Grecia ha subito gravi danni sulle sue coste".

Rischiamo di vedere questi “uragani mediterranei” anche sulle nostre coste?

"In realtà li abbiamo già visti, sia in Italia che in Francia. In Puglia è successo nel 2005. Poi ne ho studiato uno che si è verificato a Marsiglia nel 2011: il vento correva a 150 km/h, sono caduti 500 millimetri di pioggia e le onde hanno raggiunto i 9 metri".

Quanto tempo ci vuole perché l’effetto del calore marino sul vento scateni uno di questi fenomeni?

"Quelli che stiamo studiando si sviluppano in due giorni. Ed è difficile prevedere dove possono andare, perché nel Mediterraneo si comportano come trottole impazzite. Se prende un uragano e lo mette nel Mediterraneo, l’uragano non sa dove andare: si trova in un colpo solo la Sicilia, la Calabria, la Puglia, la Tunisia… è come una pallina in un flipper. Può andare ovunque. Non è come per gli uragani classici che invece hanno una strada dritta, una temperatura del mare di 28/30 gradi e proseguono dritti perché non hanno perturbazioni attorno. Questi uragani mediterranei hanno una caratteristica importante: estraggono tantissimo calore dal mare. Nel loro passaggio riescono a togliere anche 4 o 5 gradi dalla superficie marina: tutta quest’energia tolta dal mare finisce nell’atmosfera".

Quali sono i prossimi passi della vostra ricerca?

"Con il nostro modello che accoppia i dati atmosferici a quelli della temperatura marina, stiamo studiando grandinate molto intense come quella che si è verificata nel luglio 2019 a Pescara, dove caddero chicchi di ben 15 centimetri di diametro. E vogliamo migliorare le previsioni degli uragani mediterranei: il nostro modello ci permette di capire quanta energia prendono dal mare, e questo è importante per riuscire a prevederli meglio".