Osservatorio clima - Visto da vicino
Acciaieria e impianto di caricamento del carbone a Port Kembla, Wollongong, Australia. Brook Mitchell/Getty Images 

Il futuro del carbone mette a rischio i paesi esportatori, e tutti noi

Il carbone è il nemico numero uno delle politiche climatiche. Eppure paesi come Indonesia e Australia continuano a investire in nuove miniere. Le conseguenze economiche e occupazionali degli scenari di decarbonizzazione

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Fra i combustibili fossili, il carbone è quello decisamente più inquinante. Ha permesso la rivoluzione industriale, e nonostante l’ascesa di petrolio e gas rimane il secondo per utilizzo. Ora però hai i giorni contati, ammesso e non concesso che si riducano le emissioni di gas serra. Cosa succederà alle economie che ancora ad oggi lo sfruttano e lo esportano?

Il futuro del carbone e le politiche climatiche. I due sono legati a doppio filo. Essendo il più inquinante, oltre che principalmente utilizzato in un settore in cui le alternative verdi esistono, e infine a minor valor aggiunto economico, il carbone sarà la prima vittima delle politiche volte a raggiungere la neutralità climatica. Se si vogliono raggiungere questi obiettivi di riduzione delle emissioni, il carbone dovrà di fatto sparire dal mix energetico nei prossimi 20 anni, o essere utilizzato solo se accoppiato con la cattura e lo stoccaggio della CO2, una tecnologia non ancora dimostrata su larga scala. Questo significa che nuove miniere di carbone non sono necessarie, e che un terzo di quelle esistenti diventeranno ‘stranded assets’ - vale a dire attività economicamente non redditizie già prima della fine della loro vita operativa.

Chi vince e chi perde. Le conseguenze di questo drastico cambiamento peseranno soprattutto sui paesi produttori ed esportatori. L’Australia e l’Indonesia da sole hanno più della metà del mercato mondiale di carbone.

In questo scenario, l'Australia potrebbe perdere 25 miliardi di dollari all'anno e a livello globale potrebbero essere a rischio 2,2 milioni di posti di lavoro, secondo un recente studio. Queste cifre non sono preoccupanti a livello mondiale, ma la storia è diversa in quei paesi dove l’estrazione è maggiormente concentrata. Vero è che la transizione ecologica creerà domanda di nuove risorse necessarie per le tecnologie verdi, fra cui rame, litio e nickel. Secondo l’agenzia internazionale dell’energia, la domanda di litio - necessario per le batterie - si potrebbe espandere di 30 volte nei prossimi dieci anni. Questi nuovi mercati raggiungerebbero la dimensione di quello del carbone, ma non sempre negli stessi paesi. I metalli rari si trovano per lo più in Cina, il litio in Cile (ma anche in Australia).

Scelte lungimiranti. Le questioni politiche ed economiche devono però essere inserite in un contesto più ampio. I combustibili fossili -carbone in primis - causano inquinamento atmosferico che ogni anno uccide una popolazione come quella di New York. I benefici climatici e pertanto economici di eliminare il carbone sono significativi, soprattutto se si pensa che il danno economico del clima sarà più forte nei paesi caldi, come Indonesia ed Australia, già soggetti ad eventi estremi. Pertanto, la decisione di non investire in nuove miniere e progressivamente chiudere le esistenti avrà benefici, anche economici, netti. Più che vittima, il carbone appare dunque carnefice. Rimane come compensare e soprattutto riqualificare i lavoratori nelle regioni minerarie. La questione della transizione giusta - anche per I lavoratori nel fossile - è centrale per una trasformazione che sia equa, oltre che politicamente fattibile. L’alternativa è che paesi come Indonesia e Australia continuino a estrarre carbone, anche a loro stesso svantaggio.

L'autore è professore ordinario di economia del clima al Politecnico di Milano, e direttore dello European Institute on Economics and the Environment.