Biodiversità

Solo i popoli indigeni tengono alle foreste

Secondo la Fao, il tasso di deforestazione è più basso del 50% dove vivono popolazioni indigene e dove sono coinvolte nella governance dell’ecosistema, soprattutto in Amazzonia e America Centrale
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Difendere le foreste, a costo perfino della vita. È questa la missioni di molte popolazioni indigene. Secondo il rapporto “Forest governance by indigenous and tribal people” redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e dal Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e dei Caraibi (Filac), sono proprio i popoli tribali dell’America Latina e dei Caraibi i migliori guardiani delle foreste. 

Nel rapporto vengono presi in esame oltre 300 studi pubblicati negli ultimi due decenni, che documentano il ruolo fondamentale delle comunità indigene non solo nel prevenire la deforestazione, ma anche nel contrastare il cambiamento climatico.

Il tasso di deforestazione è più basso del 50% nelle foreste dove vivono popolazioni indigene e dove queste sono coinvolte attivamente nella governance dell’ecosistema. E riescono ad arrivare a livelli di efficacia addirittura superiori a quelli delle aree protette. Tra il 2006 e il 2011, ad esempio, i territori indigeni dell’Amazzonia peruviana hanno ridotto la deforestazione del doppio rispetto alle aree protette con condizioni ecologiche e accessibilità simili.



Inoltre, i territori abitati e gestiti dalle popolazioni indigene in America Latina immagazzinano più carbonio di tutte le foreste in Indonesia o nella Repubblica Democratica del Congo messe insieme, ovvero circa 34 miliardi di tonnellate di carbonio (MtC) o il 14% di tutto il carbonio immagazzinato nelle foreste dei tropici in tutto il mondo. I territori indigeni coprono il 28% del bacino amazzonico, ma generano solo il 2,6% delle emissioni serra della regione.


Un dato non da poco. La Fao ha infatti sottolineato anche nell’ultima edizione del rapporto Global Forest Resources Assessment che dal 1990 ad oggi sono stati distrutti complessivamente 420 milioni di ettari di foreste nel mondo. E in Brasile soprattutto, stando agli ultimi dati resi noti dal governo federale, la deforestazione nella foresta pluviale amazzonica brasiliana è aumentata del 43% ad aprile rispetto allo stesso mese di un anno fa.

E neanche la pandemia è riuscita a frenare questa avanzata. I dati diffusi dall’Inpe (National Institute of Space Research) circa un anno fa hanno dimostrano infatti come nei primi quattro mesi del 2020 la deforestazione nell’Amazzonia è aumentata del 55% rispetto al 2019. Per intenderci: ad aprile 2020 oltre 405 chilometri quadrati della foresta pluviale sono stati deforestati, rispetto ai 248 dell’aprile 2019.



“I popoli indigeni hanno un concetto diverso di foreste. Non sono viste come un luogo in cui si estraggono risorse per aumentare i propri soldi – sono viste come uno spazio in cui viviamo e che ci viene dato da proteggere per le prossime generazioni “, ha affermato la presidente di Filac, Myrna Cunningham, un’indigena del Nicaragua.

I risultati del rapporto indicano anche che le popolazioni indigene e tribali svolgono un ruolo importante nella protezione della biodiversità: nei territori indigeni del Brasile ci sono più specie di mammiferi, uccelli, rettili e anfibi che in tutte le altre aree protette, mentre in Bolivia, due terzi delle specie di vertebrati del paese e il 60% delle sue specie vegetali si trovano nei territori indigeni di Tacana e Leco de Apolo.

Nel frenare deforestazione e la perdita di biodiversità, la legge ha un ruolo fondamentale. E secondo la Fao, la tutela delle foreste garantita dai popoli indigeni è più alta quando questi ultimi hanno dei diritti collettivi sull’area legalmente riconosciuti dagli Stati. Un problema particolarmente acuto nel bacino amazzonico, dove i nativi hanno dei diritti soltanto su un terzo dei territori dove sono effettivamente stanziati.



Anche per questo il ruolo protettivo delle comunità indigene e tribali è sempre più a rischio, tanto che anche il rapporto della Fao invita i governi a investire in progetti che possano rafforzare la posizione di queste popolazioni nella gestione delle foreste. Oltre a fornirgli tutele in grado di proteggerli dalle rappresaglie a cui sono soggetti.

La strage di attivisti ambientali e indigeni è un fenomeno che sta registrando un preoccupante aumento in tutto il mondo. E in particolare in America Latina. A svelarlo è il rapporto di “Front Line Defenders”, che indica la Colombia come il paese con il numero di uccisioni più alto nel 2020 (ben 177), e l’America Latina in generale come il posto più pericoloso del mondo per gli ambientalisti e per chi difende i diritti umani.

Tre quarti degli omicidi registrati nel 2020 sono avvenuti in Sud America. Sono 331 in tutto, di cui la fetta più grande (il 69%) riguarda proprio gli attivisti che lottano per la difesa del diritto alla terra, per la tutela delle risorse naturali dalla speculazione e dal degrado, e per i diritti delle comunità indigene.

E proprio gli attivisti indigeni sono tra i più colpiti. Da soli costituiscono quasi un terzo del totale dei 331 difensori dei diritti umani uccisi in tutto il mondo, anche se le popolazioni indigene sono solo il 6% circa della popolazione globale. Berta Càceres, Otilia Martínez Cruz e il figlio ventenne Gregorio Chaparro Cruz, Julián Carrillo e molti altri hanno perso la vita mentre lottavano contro la deforestazione e i diritti dei nativi. Per mano di chi? Secondo lo studio “Front Line Defenders”, si tratta di gruppi armati, multinazionali dell’agroindustria, proprietari terrieri e teste di legno del governo. Tutti interessati a sfruttare il più possibile le risorse delle foreste.



“La pandemia Covid-19 ha messo in luce molte criticità in molte società, in particolare le disuguaglianze sistemiche e gli insuccessi dei governi nel fornire servizi efficaci agli indigeni”, conclude Ed O’Donovan di Front Line Defenders.