Biodiversità
Un'arpia arriva al nido con una scimmia cappuccina (foto Jiang Chunsheng) 

In Amazzonia la catena delle estinzioni: meno prede sugli alberi e l'arpia rischia di sparire

L'aquila tra le più grandi al mondo non riesce più a nutrire i piccoli, perché con il taglio della vegetazione non ci sono più bradipi e scimmie. Una ricerca calcola la vastità delle aree in cui per il rapace è ormai impossibile riprodursi

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Quanto sia devastante la deforestazione per la perdità di biodiversità è ormai testimoniato da dati sempre più accurati, ma un nuovo studio sul modo in cui il taglio degli alberi rischia di provocare l'estinzione dell'aquila arpia (Harpia harpyja) accende i riflettori sulle relazioni di causa-effetto tra diminuzione di una specie ed estinzione di un suo predatore. La ricerca pubblicata su Nature e condotta dal ricercatore brasiliano Everton Miranda, specializzato in ecologia e conservazione dei predatori apicali (cioè i grandi carnivori al vertice della catena alimentare), ha inoltre valutato che nel 35% del Mato Grosso non ci sono più le condizioni per la riproduzione dell'arpia.

Nello studio si osserva che "garantire un approvvigionamento alimentare adeguato è un imperativo biologico che guida gli elementi fondamentali della biologia di una specie, tra cui l'accoppiamento". Gli studi sull'ecologia alimentare sono diventati fondamentali per l'ecologia della popolazione, sottolineano i ricercatori, e hanno mostrato come la densità degli animali predatori è legata all'abbondanza di cibo. I predatori apicali sono particolarmente sensibili ai cambiamenti nella disponibilità di cibo a causa delle loro elevate esigenze metaboliche, come dimostra anche il declino degli orsi polari in seguito al cambio climatico e alla scomparsa delle loro zone di caccia. Secondo Miranda e i suo gruppo ai predatori apicali servono "prede stabili e sicure per alimentare le loro esigenze di sopravvivenza e riproduzione giornaliere relativamente elevate". E la deforestazione dell'Amazzonia sta appunto creando un ambiente sfavorevole per le prede dell'arpia.

Le aquile arpie in questo momento lottano per nutrire la prole nelle aree fortemente deforestate dell'Amazzonia perché cacciano in prevalenza prede specifiche che vivono nelle foreste di grandi alberi come bradipi e scimmie. Lo studio ha dimostrato che gli aquilotti muoiono di fame in aree ad alta deforestazione dove non ci sono più gli alberi abitati dalle loro prede usuali. Gli autori hanno infatti preso in esame le specie di prede, la frequenza con cui le prede sono state catturate e portate dalle madri ai piccoli e hanno stimato il peso della preda in 16 nidi di aquile arpia nelle foreste amazzoniche del Mato Grosso, in Brasile, utilizzando telecamere e identificando frammenti di ossa di preda.

Per mappare l'areale hanno anche fatto riferimento alla cartografia e a Google Earth, per calcolare i livelli di deforestazione in zone entro i  3-6 km intorno ai nidi. Gli autori hanno identificato 306 prede usuali dell'arpia, quasi la metà (49,7%) delle quali erano bradipi con due dita (Choloepus didactylus), scimmie cappuccine marroni (Cebus capucinus) e scimmie lanose grigie (Lagothrix cana). Le osservazioni degli autori hanno indicato che le arpie nelle aree deforestate non sono passate a prede alternative, ma hanno finito per portare al nido prede che vivevano tra le chiome degli alberi ma meno frequentemente e conanimali che avevano un peso stimato inferiore.

In paesaggi con deforestazione del 50-70%, tre aquilotti sono morti di fame e non sono stati trovati nidi in aree con deforestazione superiore al 70%. Gli autori hanno calcolato perciò che le aree con oltre il 50% di deforestazione non sono adatte alle arpie per allevare con successo la prole e stimano che circa il 35% del Mato Grosso settentrionale non sia più adatto all'allevamento di arpie. Ciò potrebbe aver causato un calo del numero di coppie nidificanti di 3.256 dal 1985. Gli autori concludono che poiché l'allevamento di arpie si basa su cibo specifico e raramente caccia in aree deforestate, la sopravvivenza dell'aquila arpia dipende dalla conservazione della foresta.

I ricercatori scrivono inoltre che hanno già avviato iniziative per proteggere le arpie, offrendo una ricompensa pari a  circa 100 dollari, cioè circa il 50% del salario mensile minimo brasiliano per avere informazioni sulla posizione geografica per qualsiasi nido attivo. Il premio è stato ampiamente pubblicizzato in manifesti e opuscoli, che sono stati diffusi tra i gruppi chiave di lavoratori rurali, indigeni, personale dell'industria del legno e soprattutto raccoglitori di noci del Brasile, che trascorrono la maggior parte del tempo nella foresta. Questa ricompensa ha permesso di "scoprire" i luoghi dei nidi dell'aquila arpia non strettamente legati alla posizione della foresta, poiché i raccoglitori di noci del Brasile e gli indigeni si trovano ampiamente all'interno delle aree forestali, mentre altri informatori erano per lo più abitanti delle città. Una volta individuato il luogo del nido, si è proceduto a raggiungere accordi contrattuali con il proprietario terriero. Questi contratti includevano accordi formali per garantire l'accesso fisico alla ricerca scientifica e all'ecoturismo a basso disturbo.