L'analisi

La grande battaglia (nucleare) dell'energia

Bruxelles mira al taglio del 55% dei gas serra entro il 2030. Ma la partita delle fonti energetiche non sarà facile

4 minuti di lettura

Lo scorso secolo è stato vissuto lungo il crinale scivolosissimo e insidiosissimo della “Guerra nucleare”. L’attuale secolo, almeno in Europa, rischia di essere segnata dalla “Guerra del nucleare”. L’Unione europea si spacca. Anzi, è già spaccata. Tra chi si abbraccia all’energia atomica come a una boa di salvataggio e chi vuole cancellarla in nome di un futuro ecologicamente sostenibile. Francia contro Germania, Repubblica Ceca contro Polonia. Italia contro Francia.

Perché la più grande, la più impegnativa e la più costosa partita che l’Europa sta per giocare è quella per l’ambiente. In cui le aspirazioni e le “inspirazioni” pulite si scontrano con il denaro, con il prezzo della riconversione, con i costi di una transizione che sarà inevitabilmente lunga ma soprattutto pesante dal punto di vista economico. Il XXI secolo, almeno nel Vecchio Continente, può essere quello del passaggio epocale dalla produzione industrialista a quella ambientalista. Dall’emissione alla compressione. Ma tutto questo ha un prezzo: per gli Stati, per le industrie, per le società e per i lavoratori. E tutto, almeno a Bruxelles, si trasforma in una gigantesca trattativa.

Il prossimo 14 luglio, infatti, la Commissione presenterà un pacchetto di misure enorme per ridurre gli agenti inquinanti. “Fitfor55” è il progetto che mira a ridurre entro il 2030, ossia in meno di dieci anni, del 55% le emissioni di gas serra. Provvedimenti concentrati su clima e energia. Un territorio normativo potenzialmente tanto vasto da comprendere ogni singola attività della nostra vita.

E proprio per questo, come accade sempre sui tavoli dell’Unione europea, il negoziato è tanto sfiancante quanto concreto. Molto spesso l’idealismo appartiene solo alle parole ma la realtà è un’altra: che tutti i capi di Stato e di Governo devono fare i conti con la propria opinione pubblica, con i propri elettorati, con le proprie risorse e con le proprie tradizioni. E così accade che il primo scoglio, esteso come uno degli iceberg che si stanno staccando dall’Antartico, riguarda proprio l’energia nucleare. Può essere considerata pulita? E’ compatibile con il futuro ecologico del mondo? Ecco, l’Europa al momento è caduta in un limbo. Perché entro il prossimo mese bisogna decidere quale energia è pulita e quale no.

La Francia, allora, insieme alla Repubblica Ceca non ha dubbi: quella nucleare è assolutamente priva di emissioni. La loro teoria si basa sul fatto che le centrali nucleari nella produzione energetica non emettono agenti direttamente inquinanti. Ma in questo ragionamento non si calcolano le scorie, non si mettono a bilancio i potenziali incidenti che – come ha dimostrato anche di recente la Cina – non sono poi così rari. E' chiaro che la posizione di Parigi e Praga ha ben poco di “ideale” o “teorico”. Soprattutto i francesi sono anche dei grandi “esportatori” di centrali. Le costruiscono in molti Paesi del mondo, a cominciare dalla Cina. Tutto questo vale un bel po' di soldi. La loro produzione energetica, poi, si basa da anni essenzialmente sull’atomo. Cambiare la rotta può essere un sacrificio immenso dal punto di vista finanziario. E l’Eliseo è ormai entrato in campagna elettorale visto che le elezioni sono previste tra soli dieci mesi. Il consenso è ora, l’aria pulita è poi.

Gli altri alleati europei, invece, non ne vogliono sapere. I rischi ambientali della fissione sono considerati evidenti e non occultabili.

 

Questo, però, non è l’unico fronte che si è aperto. Perché, appunto, quando si passa dalle parole ai fatti, allora i fatti assumono una dimensione che le parole inizialmente non comprendono. In questo caso c’è un’altra parola che viene dalla rivoluzione industriale di quasi tre secoli fa e ancora primeggia: carbone. Il fossile, infatti, è ancora una delle fonti di energia più utilizzate in Europa e ancora di più in Asia. La Germania, ad esempio, è ancora la prima produttrice di lignite e quasi il 40% della produzione di elettricità è dovuta al consumo di carbone (comprato peraltro per oltre il 50% dalla Russia). Nel nostro Continente, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, le morti provocate dall’inquinamento dell’aria sono stabilmente sopra le 400 mila unità. In Italia circa 80 mila (seppure noi siamo tra i Paesi se non il Paese con la percentuale più alta di energia rinnovabile).

La lunga transizione verso le rinnovabili

Numeri incredibili che fanno capire quanto sia ancora lunga la transizione verso le rinnovabili. Basti pensare a quel che sta accadendo ancora adesso in Polonia, una delle nazioni più in ritardo da questo punto di vista. A Belchatow c’è la centrale termica più grande d’Europa e più inquinante d’Europa. Produce da sola il 20% dell’energia elettrica polacca. Una vera e propria sterminata fabbrica dello smog. Varsavia ha sì deciso di dismetterla, ma nel 2036. Altro che “Fitfor55” entro il 2030. Non solo. Qualche settimana fa, dopo un lungo contenzioso proprio con la Repubblica Ceca, la Corte di Giustizia dell’Ue ha imposto la chiusura della miniera più estesa di lignite, quella di Turow. Polonia, ma molto vicino al confine ceco. Una maledizione per il governo di Praga e per i cittadini di quell’area. Perché l’estrazione è praticamente inquinante quanto la combustione. Un disastro ambientale, una vita sacrificata ad una modernità ormai superata. Ma niente. Le autorità polacche non ci sentono. Quella sentenza, per loro, è inesistente. Continueranno a estrarre lignite. E il motivo addotto è sempre lo stesso: chiudere la miniera avrebbe un impatto sociale devastante. Ossia: disoccupazione in percentuale quasi a tre cifre in quella provincia e povertà.

La miniera di lignite di Turow, Polonia (Getty Images) 

E’ esattamente questo il problema. Ambiente contro lavoro. Molti governi pongono la questione lungo questo asse. Un binomio, impostato così, quasi inscindibile. Un’impresa conciliare sviluppo e difesa dell’ambiente, occupazione ed ecologia, tenuta sociale e sostenibilità. I “gilet gialli” francesi che quasi tre anni fa hanno messo a fuoco e fiamme il loro Paese, protestavano proprio per questo motivo: per l’aumento delle tasse sui carburanti più inquinanti.

La sfida dell'idrogeno

Nucleare, carbone e anche idrogeno. Anche su quest’ultimo elemento la “guerra” seppure senza proiettili è comunque in corso. Perché l’idrogeno non è uguale per tutti e non in tutti i modi. C’è ad esempio l’idrogeno blu e quello verde. E molti, come la Germania, la Francia e anche l’Italia, non disprezzano il primo. Ossia quello blu, creato attraverso il gas e non attraverso l’elettrolisi da fonti rinnovabili.

Eppure l’Unione europea e la sua classe dirigente deve compiere uno sforzo per rendere compatibile il mondo del 2030 o del 2050 con quello del 2021.

La centrale elettrica a carbone di Lippendorf, Germania (Jens Schlueter/Getty Images) 

Quanto sia complicato, però, lo si è visto anche all’ultimo Consiglio europeo. Quello del maggio scorso. La discussione riguardava proprio la preparazione del “Fitfor55”. Tutto si è bloccato. Per l’intransigenza francese sul nucleare. Ma anche per una postilla che ha diviso ulteriormente i partner. Secondo la prima bozza, la distribuzione degli sforzi sarebbe dovuta essere effettuata in pase al Pil del 2013 di ogni Paese. A quel punto una mano si è alzata. Quella del presidente del consiglio, Mario Draghi. Per dire no, non va bene il 2013. Giustamente. Perché dal 2013 di cose ne sono accadute. A partire dal Covid. Il Pil italiano non è più, purtroppo, quello del 2013. E  a seguire quasi tutti i capi di Stato di Governo dell’est europeo hanno assunto la posizione diametralmente opposta: va bene il 2013. Perché? Perché sono nazioni che nell’ultimo decennio sono cresciute incommensurabilmente di più rispetto alle altre. Il loro punto di partenza, del resto, era decisamente più basso negli indici economici. Ecco, l’ecologia riporta sempre all’economia.

Al momento l’Unione europea ha stanziato 17,5 miliardi esclusivamente per la transizione ecologica. E dieci vengono dal Recovery Fund. Ma con questa cifra significa, ad esempio, che l’Italia avrà a sua disposizione 936 milioni. Davvero pochi. Poi, certo, nelle raccomandazioni della Commissione c’è l’invito a utilizzare buona parte del NExtGenerationEu in quest’ottica. Ma è evidente che il 14 luglio, per un vero accordo, servirà davvero qualcosa di più.