Il progetto

Viaggio sulle tracce del gasdotto: "E la transizione ecologica si fa arte"

La fotografa e artista Giada Ripa ha percorso 4 mila chilometri, dal Nord al Sud dell'Italia, seguendo il tragitto di un "gasdotto invisibile" che attraversa autostrade, foreste e parchi

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Un serpente d’acciaio lungo migliaia di chilometri che s’insinua nelle viscere del Bel Paese. Un tunnel sotterraneo che, anello dopo anello, attraversa territori incontaminati, spazza radici millenarie, scorre nel ventre di boschi, fiumi, colline e tane di specie protette. Il suo obiettivo è trasportare il gas da un capo all’altro dell’Italia senza ferire il paesaggio in cui affondano le sue condutture. Una sfida eco-sostenibile dai risultati inaspettati, che in molti si augurano possa fare scuola. A leggere in controluce quest’Italia ha pensato la fotografa Giada Ripa, che nel libro The Thine Line racconta l’emozione di un viaggio durato sei mesi lungo 4 mila chilometri sulle tracce di quest’opera ciclopica. Nel racconto del gasdotto invisibile si snoda la natura antropizzata dell’Italia, e la transizione energetica diventa arte. Pagina dopo pagina si scopre che laddove i tubi d’acciaio si sono insinuati nel sottosuolo, l’erba è cresciuta più verde, gli argini dei fiumi sono stati fortificati e gli animali hanno messo  su famiglia. Giada Ripa (nata a Londra, cresciuta a Bruxelles e i primi passi da artista compiuti a New York ) non è nuova a progetti di questo genere. E presto il libro diventerà anche una mostra, alla Fondazione Kenta di Milano.

The Thin Line, il gasdotto invisibile



Giada Ripa, che cosa l’ha attratta nel progetto di seguire tubi d’acciaio di un gasdotto?

“Il fatto che la sensibilità e la consapevolezza siano diventate protagoniste dei progetti di alcuni grandi attori industriali ed economici. In The Thin Line  racconto una miscela di paesaggio, antropologia, geografia attraverso la perlustrazione lenta di territori che nel loro sottosuolo ospitano, lontano dallo sguardo, reti e infrastrutture dove potranno scorrere gas verdi come idrogeno e biometano. Quando si documentano simili realtà, di norma, la fotografia diventa un atto di denuncia. Qui è avvenuto il contrario: è la gente stessa che spiega il rispetto che c’è stato nell’opera di scavi e riforestazione, e i benefici ottenuti dal territorio, in termini di lavori di riqualificazione ambientale, al passaggio della rete”.

Per esempio?

“Ho incontrato persone che ci hanno fatto scoprire nuovi universi: dai guardia-parco e i direttori di parchi e riserve naturali agli esperti nella salvaguardia della fauna selvatica. Poi  agronomi, ingegneri civili, accademici e persino anche uno degli ultimi cercatori d’oro della Valle del Ticino”.

L’arte può diventare un tramite per la transizione ecologica?

“La considero uno strumento diretto di indagine e di ridefinizione del significato dei luoghi e in The Thin Line diventa anche un tramite di conoscenza e approfondimento, di costruzione di dialogo, di indagine creativa sui fenomeni e sull’identità degli spazi e delle persone che li abitano. Cerco di fondere arte e ricerca”.

Crede che l’approccio tra reti veloci e rispetto dei tempi lenti della natura farà scuola?

“Me lo auguro. È lo stesso pianeta, i problemi legati al cambiamento climatico, la necessità sempre più urgente di energie verdi, a chiedere che l’industria si doti e in tempi rapidi, di una coscienza etica forte. Ma questa coscienza etica parte anche da noi, come singoli individui e consumatori quotidiani. Ogni giorno le nostre azioni possono contribuire a migliorare e a indirizzare l’impatto ambientale dell’uomo sugli ecosistemi. The Thin Line, (lavoro realizzato su committenza di Snam, ndr) racconta una grande opera che attraversa i territori rispettando ecosistemi, ambiente, biodiversità, generando valore sostenibile nel tempo e rispondendo alle sfide racchiuse nella transizione ecologica”.



Lei parla anche di una seconda vita del gasdotto, in che senso?

“Nel senso che questa rete invisibile sarà la stessa che accoglierà il passaggio dell’idrogeno e del bio metano che permetteranno, ci auguriamo tutti, di raggiungere l'obiettivo di ridurre al massimo le emissioni di gas entro il decennio 2040-2050”.

 Quale fra le tante persone che ha incontrato l’ha colpita di più?

“Hanno avuto tutti una storia importante da raccontare. Ma incontrare il professor Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico di Palermo, davanti a un Ficus macrophylla originario dell’Australia, impiantato nel 1843 e con una chioma grande quasi 3 mila metri quadrati è stato molto emozionante. Lui è un esperto di ingegneria naturalistica, sa che le piante sviluppano adattamenti importanti per sfruttare al meglio l’habitat in cui vivono. Lui ci ha indicato quali fossero le specie più  compatibili con l’ecosistema circostante”.

Ci sono dei laboratori virtuosi che ha incontrato nel suo viaggio?

“Il Parco delle Nebrodi è senz’altro uno di questi. I suoi  esperti hanno ricercato in vivai specializzati i semi e i seminati più adatti e le hanno poi messe a dimora in una delle aree naturali protette più importanti della Sicilia e del Mediterraneo. Su quest’esperienza è stato avviato anche un master universitario in recupero ambientale, durante il quale gli studenti hanno visitato i luoghi ripristinati. Rispettare la natura significa anche contare sui massimi esperti che possano tutelarla”.

In questo anno di pandemia, c’è qualcosa che non è riuscita a fotografare?

“Ho dedicato questo tempo sospeso alla mia bambina che aveva appena un anno all’inizio della pandemia. Stavo aspettando Alma quando ho iniziato questo percorso fotografico. Ho trascorso il mio primo lockdown con lei in mezzo al verde. Come fotografa mi è mancato il fatto di non essere testimone della visione surreale del vuoto che ha “popolato” le città. Un vuoto inedito e eloquente, con presenze rare e sporadiche di umani che ne hanno definito l’esistenza. Sarebbe stato bello e potente fotografare questo vuoto, darne testimonianza”.