Investimenti

Impegno attivo contro il climate change, la finanza detta regole sempre più severe

I grandi fondi d’investimento mondiali attivi nel distinguere "buoni" e cattivi", con iniziative contro chi non si attiene ai parametri connessi con l’accordo di Parigi. Bene l'Italia: giudizio positivo di Lgim su 14 aziende 
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I grandi fondi d’investimento mondiali diventano sempre più aggressivi in termini di rispetto delle regole sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico. L’ultima iniziativa in ordine di tempo è di Lgim (Legal & General Investment Management), un fondo globale con base a Londra, braccio finanziario di uno dei più antichi studi legali del mondo fondato nel 1836, che gestisce 1400 miliardi di euro: nell’ambito della sua iniziativa “Climate Impact Pledge” ha analizzato a fondo le attività di oltre mille società quotate in Borsa in cui ha investito alla ricerca della reale aderenza ai nuovi standard “climate-critical”. Sono aziende operanti in 15 settori chiave per il contrasto al cambiamento climatico, responsabili di oltre il 50% delle emissioni di gas serra da parte di imprese quotate. E poi il fondo ha deciso come votare nelle assemblee degli azionisti, la cui serie primaverile si è appena conclusa.

Bene: in 130 casi – pur non uscendo dall’azionariato - ha votato contro il bilancio, ritenendo insoddisfacente l’applicazione dei parametri connessi con l’accordo di Parigi. Si tratta di imprese insomma che non sono state in grado di raggiungere quest’anno gli standard minimi legati al cambiamento climatico. Per quattro società la sanzione è ancora più pesante: Lgim ha annunciato che disinvestirà da esse. Altre nove società rimangono in una lista di esclusione, sempre per non aver ancora risposto in modo soddisfacente alle azioni di “engagement”, cioè di impegno attivo contro il climate change. Il fondo fa nomi e cognomi dei “reprobi” in un rapporto appena redatto: sono due gruppi cinesi - Industrial and Commercial Bank of China e China Mengniu Dairy - e due americani: la utility elettrica Ppl Corporation di Lousville (Kentucky) che pure scrive sul suo sito di aver investito 20 miliardi di dollari in dieci anni per migliorare una rete che attualmente serve due milioni e mezzo di famiglie, e addirittura l’assicuratrice Aig (American International Group), gloriosa società fondata da Cornelius Vander Starr nel 1919 curiosamente a Shanghai e poi “reimmigrata” negli Usa. Altrettanto impietosamente elencati sono gli altri gruppi che rimangono nella lista dei “cattivi”: China Construction Bank, MetLife, Japan Post, Kepco, ExxonMobil, Rosneft, Sysco, Hormel e Loblaw. Perché il fondo investa in essi, hanno ancora del cammino da compiere.

E le italiane? Per una volta il nostro Paese non sfigura, anzi. La Lgim ha analizzato 14 aziende senza riscontrare scostamenti dal cammino verso la sostenibilità, neanche nei due casi a maggior rischio: l’Eni infatti, nelle parole del report, “persegue i suoi obiettivi di zero emissioni nette adottando dei target sul volume assoluto di emissioni, applicati a tutte le attività, compresi i prodotti venduti, a differenza di molte società omologhe che fissano questi target solo per le loro operazioni o li sviluppano su parametri di intensità relativa, cosa che può al contrario spingere la crescita assoluta delle emissioni”. Significa tener conto di tutte le fasi della catena del valore anziché solo di alcune. Anche l’Enel ha performato bene, “posizionandosi ben al di sopra del valore mediano del nostro Climate Impact Pledge grazie a una significativa riduzione dell’intensità delle emissioni negli ultimi tre anni, seguita all’ambizioso piano di eliminare gradualmente l’utilizzo del carbone termico e di raggiungere obiettivi fondati su basi scientifiche”. Ovviamente, Lgim si augura che “per il futuro l’Enel continui ad accrescere le fonti di energia rinnovabili all’interno del suo mix energetico”.

Tornando al livello globale, fra i settori industriali l’automobile ha raggiunto nell’ultimo anno il punteggio più alto. Al contrario, i comparti in cui si sono visti meno miglioramenti sono stati l’acciaio, il settore dell’aeronautica e quello minerario. Questa sorveglianza attiva e martellante da parte del fondo – impegno assunto dal 2018 – sta dando i suoi frutti: “Il rafforzamento dell’engagement sul tema del cambiamento climatico – si legge nel rapporto - mostra risultati positivi: il 22% delle società inserite nella nostra priority list ha impostato obiettivi di zero emissioni nette”. La Lgim, conferma Michelle Scrimgeour, Ceo del gruppo nonché co-presidente del Business Leaders Group del Governo del Regno Unito per la COP26, «partecipa dall’ultimo anno a iniziative quali la Net Zero Asset Managers Alliance e la Glasgow Financial Alliance for Net Zero appena lanciata in vista della cruciale conferenza che si terrà nell’ultima parte del 2021». Il cambiamento climatico, aggiunge la Ceo, «è una delle problematiche più gravi per la sostenibilità che stiamo affrontando e noi supportiamo totalmente gli sforzi per allineare il sistema finanziario globale a un percorso che tenga l’innalzamento delle temperature ben al di sotto dei due gradi. Abbiamo preso un forte impegno per portare avanti questa agenda in tutte le sezioni della catena degli investimenti».