Animali

Un selfie con la balena: non date da mangiare alle specie selvatiche

Diportisti vicini a un delfino nel mare di Ischia (foto: Oceanomare Delphis) 
L’allarme degli etologi: tour operator e agenzie di viaggio offrono esperienze in natura con osservazioni di animali nel loro habitat. Ma per farlo, spesso, li alimentano. Con conseguenze imprevedibili
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Tutto per una foto acchiappa-like. Da condividere sui social per raccontare quell’incontro sensazionale con lo squalo o la balena, la volpe o il lupo. Già, ma a quale costo? E soprattutto: con quali mezzi? La comunità scientifica confessa le sue crescenti preoccupazioni per il cosiddetto “baiting”, la tendenza ad attrarre animali selvatici offrendo loro del cibo. E aumentando così le possibilità di un emozionante incontro in natura: un’esperienza che tour operator e agenzie di viaggio hanno imparato a proporre sul mercato con offerte che strizzano l’occhio a chi ama la natura.


Come a Bottom Harbour, alle Bahamas, dove per avvicinare le tartarughe verdi - specie in via d’estinzione - gli operatori locali hanno da tempo deciso di offrire calamari, consentendo ai turisti di avvicinarle in barca. Quanto basta, appunto, per ritrarle a distanza ravvicinata con il proprio smartphone. “Vendere un’esperienza in cui, con un certo margine di sicurezza, sia possibile osservare animali selvatici in natura e interagire con loro in modo sicuro è uno degli obiettivi commerciali più ricercati dagli operatori turistici. – spiega al New York Times Mark Orams, che ha la cattedra di Marine recreation and tourism alla Auckland University of Technology – Dando loro da mangiare è più facile che accada”. Con conseguenze tuttavia imprevedibili. “Perché la pratica rischia di scoraggiare la predazione e ridimensiona la naturale diffidenza nei confronti degli esseri umani. – dice Janet Mann, biologa marina della Georgetown University di Washington – Insomma, pensiamo di far loro un favore, ma non è proprio così”.

Il viaggio di Wally, la giovane balena grigia che ha perso la rotta


Dell’invadenza dei diportisti nei confronti dei cetacei nei mari italiani si è spesso occupata la cetologa Barbara Mussi, che con Oceanomare Delphis monitora dal 1994 l’area del golfo di Napoli e che – in occasione del recente avvistamento di Wally, la balena grigia denutrita accarezzata e fotografata a Sorrento e Baia - ha diramato, insieme ad altre associazioni, un vero e proprio decalogo di comportamento. In cui si sottolinea, in particolare, il potenziale disturbo a delfini, capodogli e balenottere (si parla di “harassment”, letteralmente molestia) pur di riuscire a fotografarli da vicino. Un tema già caldo nel 2000, quando lo studio dell’impatto dei diportisti con i grampi, al largo di Ischia, ispirò una pubblicazione scientifica che ha fatto scuola.

“I cetacei – spiega Mussi a Green and Blue -  sono mammiferi marini altamente intelligenti e animali selvatici, evoluti per vivere negli ampi spazi oceanici. I programmi turistici che offrono di immergersi e nuotare con questi animali, o ancora peggio di alimentarli per interagire con loro al fine di ottenere uno scatto fotografico, un’emozione, un contatto diretto sono dannosi, pericolosi e sviliscono la loro natura. È stato inoltre documentato dalla comunità scientifica che questo tipo di interazioni riducono le capacità di cacciare in autonomia, portando a denutrizione e aumento della mortalità dei nuovi nati”.


Negli Stati Uniti dare da mangiare ai mammiferi marini in natura è proibito dal Marine Mammal Protection Act del 1972. Ma in luoghi come la baia di Sarasota, in Florida, la pratica è ampiamente diffusa. E nelle Filippine pur di alimentare il turismo – che genera numeri importanti – gli operatori non sembrano particolarmente ligi alla legislazione nazionale, che vieterebbe di offrire cibo agli squali balena. Morale della favola? Tra il 2012 e il 2018 l’isola di Cebu ha attirato più di 400 esemplari e il numero di turisti si è quintuplicato. Con un prezzo salatissimo: su 144 dei 152 squali balena fotografati, i ricercatori del Large Marine Vertebrate Research Institute hanno individuato cicatrici legati a impatti con natanti.

“La verità è che i turisti dovrebbero capire che non ci sono scorciatoie per incontrare animali selvatici, ma sono sempre necessari conoscenza e rispetto”, spiega il naturalista e fotografo Marco Colombo. “Durante i miei corsi di fotografia accompagno le persone a fare un’esperienza in natura. Loro già sanno che non siamo allo zoo: le osservazioni non sono assicurate. Quello che cerco di comunicare è che quando si va in natura non si è al supermercato: non esiste una lista della spesa. Il problema del foraggiamento degli animali selvatici è diffusissimo anche negli ambienti terrestri: basti pensare alle volpi, che spesso ricevono da turisti e residenti cibo inadeguato, avvicinandosi ai centri abitati con il rischio di contrarre malattie o di essere investite”.


“Il baiting può avere conseguenze negative sul comportamento degli animali, che rischiano di assuefarsi alle fonti di cibo facili”,  conferma Emanuele Biggi, naturalista, fotografo di conservazione e conduttore televisivo. “L’ecoturismo può avere così impatti imprevedibili, soprattutto qualora i tour operator dimostrino disinteresse per gli equilibri degli ecosistemi. Parchi nazionali e aree marine protette regolamentano il comportamento da adottare, ma non di rado capita – per esempio con i lupi – che il desiderio di fotografare specie selvatiche porti ad attrarle con del cibo. E in generale l’approccio intrusivo dei turisti, anche laddove non si traduca nell’alimentazione diretta degli animali, è un problema serio”.


Che il team del Turtle Point della Stazione zoologica Anton Dohrn affronta, da qualche anno, con il monitoraggio dei nidi di Caretta caretta in Cilento, un numero in significativo aumento. “Recintiamo l’area dei nidi sulle spiagge, che d’estate sono affollatissime, e sensibilizziamo i bagnanti. – spiega la coordinatrice Sandra Hochscheid - Quando nascono i piccoli, i corridoi sono circondati da decine di persone. Noi chiediamo di evitare i flash, che disorientano le tartarughine, e limitare le fotografie, invitandoli a utilizzare quelle che condividiamo attraverso i profili ufficiali, in particolare la pagina ‘Tartarughe marine in Campania’”.

“Ho incontrato animali selvatici in ogni parte del mondo: orsi, delfini, lupi e balene. – sottolinea Nino Martino, direttore nazionale di Aigae, l’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, già direttore del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano – Osservarli nel loro habitat è un’emozione indescrivibile e una leva potente per amare la natura, ma occorrono etica e rispetto dei diritti delle specie e dell’ambiente. Il miglior modo per farlo è con una guida ambientale, ma soprattutto essendo disposti a fare un passo indietro rispetto ai propri desideri quando è in gioco il futuro del pianeta”.