Cambiamenti climatici

Le Alpi si 'sbriciolano' sempre di più: con il caldo aumenta il rischio frane ad alta quota

L'incremento delle temperature e della velocità dell'avvicendamento dei cicli di gelo e disgelo del permafrost costituisce la maggior minaccia alla stabilità dei pendii nelle quote sopra i 2.500 metri. Con conseguenze disastrose anche a valle

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Gli alpinisti se n’erano accorti per primi. A ripetere qualche via classica con un occhio alla Guida dei Monti d’Italia  – la bibbia, fino a una quindicina d’anni fa, per chi andava in montagna – ci si poteva rendere conto sempre più spesso che l’itinerario non corrispondeva in tanti tratti alla descrizione. Percorsi che da un secolo e mezzo, dalla nascita dell’alpinismo, sembravano immutabili, si scoprivano sotto i piedi, tra le mani, sempre più diversi: ghiacciai ritirati, morene instabili, intere pareti che cambiavano aspetto, enormi blocchi che precipitavano a valle, fortunatamente senza vittime.

Come il pilastro sud ovest delle Aiguilles du Dru su cui correva la via mitica di Walter Bonatti, in gran parte cancellata dai crolli. O i tanti canali di ghiaccio, palestra per generazioni di alpinisti e oggi svaniti come neve al sole dalle Alpi Marittime fino alle Dolomiti. Prima la roccia che viene alla luce, perduto il manto di ghaccio, poi gli sfaldamenti dovuti all’innalzamento della temperatura e alla fusione del permafrost, il materiale terroso perennemente ghiacciato, in quota, che funziona da “colla” per la roccia.

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Ora quei mutamenti, strettamente legati al cambiamento climatico, sono certificati dalla ricerca. L’ultima prova arriva dallo studio Pronounced increase in slope instability linked to global warming: A case study from the eastern European Alps del gruppo di ricerca “River Basin Group” della facoltà di Scienze e Tecnologie dell’Università di Bolzano, in collaborazione con l’Istituto di geoscienze della Universität Potsdam - autori Sara Savi (Università di Potsdam e “guest researcher” dell’Università di Bolzano, Francesco Comiti, della stessa Università sudtirolese, e Manfred Strecker (Università di Potsdam) -  che ha esaminato le modificazioni dei pendii e le frane avvenute nel bacino del Rio Solda, in Alta Val Venosta – dominato da Ortles e Gran Zebrù - negli ultimi settant’anni.

DOLOMITI. Crollo di 700 mila metri cubi di roccia dalla Piccola croda rossa nel Parco naturale Braies, Fanes Senes (2016) 

Finora gli studi si erano concentrati soprattutto sul settore occidentale delle Alpi o nelle catene montuose di altri continenti: “La nostra ricerca - sottolinea Comiti – è una delle prime sulle Alpi centro-orientali che abbia messo assieme i diversi “indizi” per comprendere i tempi e i motivi dell’aumentata franosità”.

Ne emerge che l’incremento delle temperature e della velocità dell’avvicendamento dei cicli di gelo e disgelo del permafrost costituisce la maggior minaccia alla stabilità dei pendii nelle quote sopra i 2.500 metri.

GLI EFFETTI DEL FROST CRACKING. Le “cicatrici” nel terreno hanno permesso ai ricercatori di riconoscere i mutamenti all’ambiente di alta montagna: confrontando le foto aeree della zona dal secondo dopoguerra a oggi, hanno identificato i crolli, che dal 2000 sono aumentati sempre di più.

SORAPIS. Il distacco delle rocce su Ciadin Laudo, a Cortina D'Ampezzo (Belluno): una frana di oltre mille meri cubi (2013) 

Le aree di distacco delle rocce sono attualmente trecento metri più elevate rispetto a qualche anno fa, nemmeno molti. “Le maggiori temperature portano allo scioglimento del manto nevoso – spiega Francesco Comiti, docente di Gestione dei rischi naturali nelle aree montane - L’acqua che ne risulta si infiltra nelle rocce e poi, quando la temperatura torna a scendere, ghiaccia e provoca il fenomeno detto del frost cracking: la dilatazione fisica conduce alla rottura dei massi rocciosi e alla loro caduta”.

Non c’è solo l’aumento altitudinale della temperatura, a rendere fragile la montagna. Dal 2010 si è registrato un incremento sempre più massiccio di colate detritiche – fenomeni intermedi tra frane e piene torrentizie – dovuto a eventi meteorici estremi.

“Il problema - commenta Sara Savi, ricercatrice e prima firmataria della ricerca - è che l’aumento delle frane ad alte quote crea una maggiore disponibilità di materiale sciolto che può poi essere più facilmente mobilizzato durante episodi di precipitazioni intense. Quindi un aumento della franosità a quote elevate può comportare un aumento della pericolosità anche a valle, laddove il nuovo materiale prodotto può essere preso in carico e trasportato dai torrenti durante i temporali”.

“C’è la prova che l’alto bacino del Rio Solda, e specialmente le aree in prossimità dei ghiacciai, hanno sperimentato una significativa diminuzione della stabilità dei pendii a partire dagli anni 2000, da cui si può dedurre un aumento delle cadute di massi e dei flussi di detriti durante la primavera e l’estate, le stagioni in cui il potenziale passaggio di persone è più probabile - conclude Comiti - Il nostro studio conferma quindi che nelle aree alpine di alta quota si dovrebbe intraprendere una mappatura dei pericoli naturali che tenga conto di scenari diversi o comunque aggiornati rispetto a quelli utilizzati nel passato, visto che il cambiamento climatico ha aumentato il livello generale di pericolo in tali aree”.