Lo studio

La pesca a strascico inquina quanto gli aerei, se non di più

Pescherecci cinesi nel porto di Abidjan, in Costa d'Avorio (foto: Kambou Sia/Afp via Getty Images) 
Una ricerca su "Nature" quantifica la CO2 prodotta dai pescherecci negli oceani: tra 0,6 e 1,5 gigatonnellate all'anno, contro una emessa dai voli. I paesi maggiormente responsabili: Cina, Russia e Italia
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LONDRA. La pesca a strascico, già condannata dagli ambientalisti perché distrugge l’habitat marino e riduce le riserve ittiche, produce anche un ingente contributo al cambiamento climatico che finora era stato sottovalutato. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature, e anticipato stamane dal Financial Times, rivela che le barche che pescano con le reti sul fondo del mare generano un volume di emissioni nocive simile o addirittura superiore a quello causato dall’industria globale dell’aviazione, che è responsabile del 2% di tutte le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’uomo. Utilizzando dati ricavati via satellite, lo studio ha riscontrato che la pesca a strascico causa tra 0,6 e 1,5 gigatonnellate di emissioni di carbonio all’anno. Gli aerei ne provocano 1 gigatonnellata all’anno.

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CINA, RUSSIA E ITALIA. La maggior parte di questa forma di inquinamento, afferma la ricerca, avviene in meno del 4% di tutti i mari e gli oceani, lungo le acque territoriali sovrane delle nazioni costiere. Il principiale responsabile è la Cina, che genera da sola la maggioranza delle emissioni nocive di questo tipo, seguita dalla Russia e, in terza posizione in questa classifica dei paesi che provocano danni ambientali con la pesca a strascico, dall’Italia. In quarta posizione c’è il Regno Unito, che emette circa la metà delle emissioni nocive emesse dalla Cina.

Questo metodo di pesca è dannoso perché le reti, strusciando il fondo dei mari, disturbano quello che i ricercatori definiscono come “il più grande deposito mondiali di carbonio”, facendolo affiorare in superficie. “Se vogliamo avere successo nel fermare il surriscaldamento globale”, dice la professoressa Trisha Atwood della Utah State University, co-autrice del rapporto, “dobbiamo lasciare in pace il fondo marino”.

Gli oceani costituiscono il 70% della superficie terrestre, svolgendo un ruolo chiave nell’assorbire calore e ossido di carbonio. Proteggendoli meglio, lo studio sostiene che i governi potrebbero triplicare i benefici della riduzione di emissioni nocive, aumentando al tempo stesso la biodiversità marina e moltiplicando le riserve di pesce.

Il rapporto appoggia una iniziativa internazionale per salvaguardare almeno il 30% degli oceani mondiali entro il 2030. Se ne parlerà alla conferenza dell’Onu sulla biodiversità, nota come Cop15, che si svolgerà quest’anno proprio in Cina, il paese maggiormente criticato per i danni causati dalla pesca a strascico.