NON SPRECARE

Trasporto pubblico, pochi mezzi e troppo vecchi: così l'Italia ha perso il bus

Il trasporto pubblico italiano fanalino di coda delle classifiche europee della mobilità urbana. L'età media dei nostri bus è di 12,2 anni, il doppio della Germania e ben di più di Francia (7,9 anni) e (8 anni). Ma rinnovarlo ha un costo. Tutte le puntate
2 minuti di lettura

Il rischio assembramento ha un simbolo per i ritardi e gli sprechi che l’Italia sconta nel settore della mobilità: l’autobus. Bisognerebbe istituire l’obbligo, per politici e amministratori pubblici, di usare periodicamente questo mezzo per andare al lavoro. Capirebbero tante cose. Per esempio per quale motivo abbiamo pochi mezzi rispetto alla domanda, da qui l’enorme affollamento, e come siamo finiti in basso in tutte le classifiche europee per la qualità di questo servizio. A forza di tagli, sia negli acquisti sia nella manutenzione, di sprechi e di clientele nelle società che si occupano del trasporto pubblico urbano, sommiamo due record. Un’età media degli autobus di 12,2 anni, il doppio della Germania e un valore ben più alto della Francia (7,9 anni) e della Spagna (8 anni). E un contributo molto rilevante all’inquinamento: appena un terzo degli autobus che circolano in Italia sono classificati Euro 3. La preistoria delle categorie antismog, introdotta nel 1999, ventidue anni fa.
 

L’impatto per i cittadini è disastroso. Con questi numeri la città sostenibile e la varie smart city sono bei titoli per qualche convegno. Nella realtà soltanto a Roma, nel pozzo nero dell’Atac, l’azienda comunale del trasporto pubblico, in un anno i chilometri percorsi dei mezzi pubblici sono diminuiti per un totale di due milioni. E i romani hanno scoperto un nuovo, tipico prodotto dell’industria capitolina, il flanbus, l’autobus che prende fuoco durante il servizio. Nel 2019, prima del crollo dei mezzi in circolazione, lo spettacolo si è ripetuto 22 volte. E per miracolo non ci è mai scappato il morto.
 

Non tutte le città italiane, per nostra fortuna, sono nelle condizioni di Roma. Al contrario, esistono aree urbane, come Milano, dove l’intera offerta di autobus, tram e metropolitana, rende davvero superfluo l’uso dell’automobile nella cinta urbana. Oppure come Firenze, dove grazie a una moderna tramvia completamente elettrificata, con i vagoni del gruppo francese RATP, ogni giorno 140 mila persone possono raggiungere qualsiasi punto della città, con 50mila tonnellate di CO2 finora eliminate.
 

Il problema è che modernizzare il parco autobus è un’operazione molto costosa, richiede una visione di medio-lungo termine e non produce voti nel breve periodo. Motivi per cui viene vista con molta diffidenza  sia a livello di governo sia dalle amministrazioni locali. Una prova? A fronte di tre milioni e mezzo di italiani che tutti i giorni utilizzano un mezzo di trasporto pubblico (più della metà sono concentrati nelle regioni del Nord) e avrebbero bisogno di un aumento dei mezzi in circolazione, gli acquisti di autobus nel 2019 sono decisamente diminuiti rispetto all’anno precedente. Le nuove immatricolazioni sono state 4.357 nel 2019 (rispetto alle 4.495 del 2018) e di queste soltanto 245 hanno riguardato autobus meno inquinanti, ovvero ibridi, a gasolio o elettrici.
 

La partita si potrebbe riaprire con l’arrivo della montagna di soldi del Recovery Plan: il rinnovamento del parco dei mezzi pubblici, infatti, rientra sia nei capitoli di spesa dedicati alla vivibilità delle aree urbane sia nei progetti mirati a ridurre emissioni e rendere più sostenibili le città. In teoria i soldi questa volta ci sarebbero. In pratica bisognerà capire se e come si vogliono spendere. Magari per migliorare la qualità della vita anche quando si prende un semplice autobus.

 

Nonsprecare.it