Decarbonizzazione, la sfida epocale di Berlino

La cancelliera tedesca Angela Merkel (reuters)
La Germania trae ancora il 37% della sua torta energetica da carbone e lignite: quella di accontentare le aspettative di un'ampia fetta della popolazione che crede in un futuro a "emissioni zero" ed è tradizionalmente più ecologista che nel resto d'Europa, è però un compito titanico. Ecco perché
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Da anni la Germania si è assunta un compito titanico con il duplice impegno a un'uscita dal nucleare - dopo l'incidente di Fukushima - e una rinuncia al carbone entro i prossimi quindici o diciotto anni. Per un Paese estremamente energivoro, per la prima industria manifatturiera d'Europa, è una promessa coraggiosa. La Germania trae ancora il 37% della sua torta energetica da carbone e lignite: quella di accontentare le aspettative di un'ampia fetta della popolazione che crede in un futuro a "emissioni zero" ed è tradizionalmente più ecologista che nel resto d'Europa, sarà però una sfida epocale.
 
E in effetti la discussione sulla "Energiewende", della svolta energetica, domina da anni il dibattito pubblico, ma molti tedeschi sembrano ormai rassegnati a pagare una bolletta più salata che altrove. Anzi, a giudicare dal portale Verivox, che ha confrontato i costi energetici per i consumatori in 135 Paesi sulla base dei Global Petrol Prices, i tedeschi pagano addirittura le bollette più care del mondo. Dal 2000 i prezzi sono raddoppiati e, in media, il conto è più caro del 163% rispetto al resto del mondo.
 
La scelta di uscire entro il 2038 e possibilmente entro il 2035 dal carbone ha imposto alla Germania una serrata tabella di marcia e un nuovo sforzo finanziario ragguardevole. Gli indennizzi per i proprietari di centrali a carbone ammonteranno a 4,35 miliardi di euro e 40 miliardi di euro saranno garantiti alle regioni più colpite dalla riconversione energetica.
 
I primi impianti a carbone saranno chiusi entro dicembre, prima della fine del 2022 ne saranno spenti sette dei più vecchi e inquinanti. Una scelta che si traduce in 20-25 milioni di tonnellate di CO2 risparmiate ogni anno. A partire dal 2022 resteranno attivi solo impianti per un totale di 30 gigawatt; dal 2030 solo 17. Parallelamente, se il settore delle energie rinnovabili sarà incrementato al 55%, gli obiettivi del governo sulla "neutralità climatica" potranno essere rispettati.
 
Nel frattempo, avendo già chiuso le miniere a carbone e avendo lasciato aperte soltanto le cave di lignite in Renania o in Lusazia o in altre aree ormai rare, la Germania è costretta tuttavia a importare ancora carbone da Colombia, Russia e Sudafrica e ad alimentare le centrali elettriche con l'energia a carbone che arriva ad esempio dalla Polonia, "pecora nera" degli ambientalisti.
 
Un grattacapo per i politici tedeschi sarà anche, nel prossimo ventennio, il costo della svolta in termini occupazionali. In media il SRU, il Comitato dei saggi per le questioni ambientali, ha stimato la perdita di posti di lavoro nei prossimi vent'anni in 20-30mila. Tutto sommato poco, se paragonato con le grandi trasformazioni del passato come l'uscita dal carbone e dall'acciaio nella Ruhr che cominciò negli anni '50.
 
Ma il problema è che la chiusura delle ultime cave di lignite avverrà in zone molto diverse della Germania, dal punto di vista delle opportunità di riconversione. E avrà dunque un impatto molto differente sull'occupazione. In Renania i lavoratori del settore potranno trovare lavoro nella chimica, nella logistica o nell'automotive. In zone più depresse come la Lusazia sarà più complicato. Perciò le regioni della tradizionale area ricca di carbone a est dell'Elba come la Sassonia o il Brandeburgo stanno puntando molto sul turismo. Nelle vecchie cave di lignite, spettacoli danteschi di inferni a cielo aperto, sono nati alcuni dei laghi più magnifici della vecchia Germania est. Ma basterà?