L'intervista

Nigel Topping: "La lotta alle emissioni conviene a tutti. Finanza compresa"

Nigel Topping 
Intervista all'"High Level Climate Action Champion" nominato dal governo Johnson per il cruciale Cop26. Organizzato congiuntamente da Regno Unito e Italia, l'evento per il clima si terrà il prossimo autunno a Glasgow dopo il rinvio dell'anno scorso causa Covid-19
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LONDRA. "La rivoluzione verde è inevitabile, ora sta a noi accelerarla il più possibile. Non solo per mezzo della politica, ma anche nel rapporto con finanza, aziende, società civile, e di questo mi occupo adesso. Sono molto ottimista e vi spiego perché". Nigel Topping è l'"High Level Climate Action Champion" nominato dal governo Johnson proprio per il cruciale Cop26 organizzato congiuntamente da Regno Unito e Italia e che si terrà il prossimo autunno a Glasgow, dopo il rinvio dell'anno scorso causa Covid-19. Tradotto, il mestiere di Topping è quello di legare business, aziende e tutte le istituzioni non governative d'Europa e del globo con un unico obiettivo: la lotta alle emissioni, per un mondo più pulito.
 

Topping ha partecipato di recente alla oramai pluri-decennale Conferenza di Pontignano, nelle campagne senesi, organizzata come ogni anno dall'Ambasciata britannica a Roma alla presenza di molte personalità politiche, diplomatiche e imprenditoriali di Regno Unito ed Italia per forgiare sempre di più il rapporto dei due Paesi a maggior ragione dopo la Brexit e a pochi mesi dal vertice sul clima Cop26 co-organizzato da Londra e Roma.
 

Non solo: Topping guida e si occupa anche della campagna mondiale "Race to zero", il cui obiettivo è mobilitare il settore privato e i governatorati locali per lavorare insieme a un futuro che coniughi lotta all'inquinamento e al cambiamento climatico ma, allo stesso tempo, crescita sostenibile ed economie fertili. Sinora, Race to Zero, nel nome dell'obiettivo di zero emissioni, ha coinvolto ben 452 città nel mondo, 22 regioni, 1101 aziende, 45 grandi investitori e 549 università. Un bel bottino di "economia reale" che, se unito alle promesse ambientaliste di 120 Paesi nel mondo, oggi rappresenta la più grande alleanza mondiale con il target di "zero emissions" non più tardi del 2050: già adesso, con questi numeri, ci sono in ballo il 25% delle attuali emissioni di CO2 nel mondo e il 50% del Pil.
 
Una bella sfida, Topping.
"Già. Il Cop26 sarà un processo multilaterale di Paesi e governi che cercheranno una quadra su come trasformare l'economia globale dai combustibili fossili a zero anidride carbonica nel prossimo futuro. Parallelamente, ed è un'idea nata durante il vertice sul clima di Parigi nel 2015, c'è la figura del Climate Action Champion, per cui ogni anno la presidenza sceglie un rappresentante, in questo caso il sottoscritto, con un semplice mandato, ossia lavorare con entità e istituzioni non governative e agire il più in fretta possibile per il nostro obiettivo: sto parlando di coinvolgere aziende, business, ogni parte della società civile per aumentare sempre di più la pressione e il movimento di una "rivoluzione verde".
 

E ci state riuscendo?
"Sì, sono molto positivo. Questa interazione con protagonisti che vadano oltre gli Stati e i governi è fondamentale per l'obiettivo delle emissioni zero, anche per lanciare un segnale fortissimo ai leader mondiali: la società reale vuole il cambiamento e creare una economia pulita, resiliente e inclusiva. Perciò cerchiamo di mettere insieme e coordinare tutti questi sforzi di privati, liberi cittadini e altre associazioni per tenere l'incremento della temperatura globale sotto i 1,5 gradi. Tutte queste persone e imprenditori di buona volontà però hanno a loro volta bisogno del sostegno dei governi, e questa è la seconda parte del nostro mestiere da Climate Action Champion".
 
Uno dei settori cruciali in questa missione è di certo la finanza.
"Vero. Sicuramente, è stato uno dei più lenti all'inizio a recepire il cambiamento. Ma negli ultimi tempi abbiamo coinvolto e impegnato un numero sempre più crescente di asset, ora siamo a 5 mila miliardi di dollari (circa 4200 miliardi di euro) impegnati ad arrivare a "zero emissioni" entro il 2050. Giorno dopo giorno, dirigenti, manager, tycoon, banche, venture capitals, tutti capiscono sempre di più i rischi di una vecchia economia basata sui combustibile fossili e Mark Carney (ex governatore della Banca d'Inghilterra, oggi inviato speciale dell'Onu per l'ambiente, ndr) sta lavorando molto su questo e sui rischi sistemici. Certo, in una transizione si perde un po' all'inizio, ma a lungo termine tutti i protagonisti di finanza e imprenditoria stanno capendo le grandi opportunità, anche perché i profitti dell'energia pulita già si iniziano a vedere: persino le aziende dell'acciaio si dovranno riconvertire perché i colossi dell'auto vorranno acciaio carbon zero per le loro vetture".
 
Quanto importante è per lei il ruolo delle banche, e delle banche centrali, in questa sfida ambientalista?
"Anche per loro è una opportunità eccezionale. Abbiamo bisogno che le banche accelerino la transizione, e sta già accadendo. Nel settore bancario gli investimenti in energia pulita stanno crescendo perché i rischi a lungo termine scendono sempre di più, a differenza per esempio dell'industria del carbone. Ma gli istituti finanziari dovranno essere sempre più trasparenti sui loro investimenti e condividere i loro sforzi nella rivoluzione verde".
 
Manca meno di un anno al vertice sul clima Cop26 di Glasgow, co-organizzato da Italia e Uk. È fiducioso, dopo il fallimento postumo di Parigi?
"Sarà una grande sfida e i negoziati saranno molto difficili, ma sono fiducioso. Persino la Cina, il Paese che più emette emissioni e la seconda economia più grande del globo, nelle settimane scorse ha annunciato che ridurrà a zero le sue emissioni entro il 2060. Certo sono per ora solo promesse e ci sono ancora tante incognite su Pechino, per esempio sull'utilizzo dei motori diesel nei prossimi 10-15 anni, ma se pensiamo che il Regno Unito ha promesso lo stesso entro il 2050, ci sarà spazio e modo per negoziare".
 
La pandemia globale e la conseguente crisi economica rallenteranno la lotta al cambiamento climatico?
"Certo avranno delle conseguenze perché lo shock economico è enorme. Allo stesso tempo, però, ci sono premesse interessanti perché i soldi per "ricostruire" le nostre società vengano oggi investiti in "nuove economie" più pulite, e non nelle "vecchie". Inoltre, fino a sei mesi fa c'era il rischio che aziende e mercati mettessero tutti in pausa per un anno, ma ciò non si è materializzato. Tuttavia, a causa della crisi, il più grande rischio di vanificare gli sforzi ambientali, secondo me, risiede nel comportamento dei Paesi del mondo più fragili a livello economico e finanziario. Questo sarà un altro obiettivo del Cop26, ossia lanciare un piano inclusivo a livello internazionale, sostenendo gli stati più in difficoltà per attuarlo".
 
Secondo lei, le elezioni americane saranno decisive per il futuro del mondo a livello ambientale?
"Certo, da una parte abbiamo un presidente che è uscito dagli accordi di Parigi sul clima, dall'altro uno che vuole rientrarvi... detto ciò, non credo che saranno decisive: chiunque vinca non cambierà molto perché nel frattempo sono oramai cambiate le dinamiche produttive ed economiche. Trump prometteva il carbone, ma in realtà, se si vanno a vedere i numeri, gli investimenti nel carbone negli Usa si sono ridotti del 30% durante la sua amministrazione. Inoltre, il sistema americano è molto federale e quindi non bisogna limitarsi solo a pensare a chi sarà alla Casa Bianca. Per esempio, la California è la 50esima economia più grande al mondo e si è già impegnata a raggiungere zero emissioni entro il 2045, eliminando i motori alimentati da combustili fossili entro il 2035. Quindi, cambieranno un sacco di cose presto in America a livello locale, al di là di chi sarà eletto alle elezioni del 3 novembre".
 
Insomma, la rivoluzione verrà anche dal basso.
"Esatto. Per esempio la sanità pubblica britannica Nhs, responsabile del 4% delle emissioni in Regno Unito, si è già impegnata a raggiungere  l'obiettivo di zero emissioni entro il 2045, cinque anni prima del piano del governo britannico. Altre aziende o città del Regno Unito promettono addirittura entro il 2038. E prima del vertice di Glasgow, spero avremo il 70% dell'economia mondiale già legato all'obiettivo di zero emissioni entro il 2050. Ce la possiamo fare".