L'aquilotto fa colazione con carne di capretto

Eccezionale scatto del naturalista Daniele Genre che dimostra, con la sua fotografia, la sopravvivenza al fratricidio del secondogenito di aquila reale. Il nido scovato, tra mille precauzioni, sopra Prali, sulle Alpi Cozie, nel Torinese

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Il nido dell'aquila (foto di Daniele Genre
IL PULCINO di aquila reale fa colazione con carne di capretto di camoscio. Le piume "spettinate" dal vento, un bombo gli ronza sotto il becco a uncino striato di giallo. Il nido, a duemila metri d'altezza, è un anfratto naturale di un paio di metri di superficie che mamma e papà aquila hanno addobbato come un giardino roccioso, intrecciando arbusti nodosi a rametti di larice verde e rosso-autunno. L'aquilotto punta gli occhi luminosi intorno, per guardarsi da possibili predatori.

E non s'accorge che, acquattato come lui, ma sull'altro versante della valle, in un nascondiglio reso invisibile da un telo mimetico, Daniele Genre sta puntando contro di lui il suo teleobiettivo. Il fotografo naturalista è appostato in Val Germanasca, sulle Alpi Cozie che fan da cornice a Prali, culla dei valdesi e cittadina occitana di 280 abitanti a 1400 metri di altitudine, a 70 chilometri da Torino. Clic, clic, uno scatto dopo l'altro immortalano l'aquilotto in pose uniche ed esclusive, come quella che lo ritrae insieme alla predazione.
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"Fotografare un aquilotto al nido è un evento rarissimo - commenta l'ornitologo Giovanni Boano, uno dei massimi esperti di fauna alpina - prima di tutto per la estrema difficoltà di raggiungere i luoghi impervi dove le 130 coppie di aquila reale censite tra il Piemonte e la Valle d'Aosta si 'accasano'". "Secondo - aggiunge Boano - perchè i fotografi naturalisti ben sanno che avvicinarsi troppo disturba la covata, al punto da indurre i rapaci ad abbandonare le uova. L'incursione di uno zoom in un angolo così delicato è giustificato solo da finalità di studio, a patto che avvenga con estrema professionalità". Daniele Genre vanta entrambi i requisiti per accreditarsi come fotografo al nido d'aquila.

La finalità scientifica. Spiega il fotografo: "Volevo sfatare il mito sulla riproduzione dell'aquila secondo il quale il primo pulcino, nato dal primo uovo deposto, uccida poi il secondo. Ebbene, una settimana di osservazione mi ha consentito di dimostrare che entrambi gli aquilotti di quel nido sono sopravvissuti".

L'appostamento "invisibile". Genre è uno dei 280 residenti di Prali, nato su quei monti di cui conosce ogni segreto che lassù si tramandano di padre in figlio. Fin da bambino gli sono stati rivelati i trucchi per riconoscere dove nidificano i rapaci, ma non solo. Trucchi che conserva gelosamente. La passione per la natura, e questo misterioso tesoro di esperienze, in quelle valli di cacciatori, l'hanno trasformato in cacciatore di immagini.

"Dopo ore e ore di dura marcia - racconta Genre - studiando il volo delle aquile, ho individuato la zona dove poteva trovarsi il nido. In quell'area la valle è molto stretta. Così ho deciso di scalare il pendio opposto, per scrutare le rocce, metro per metro, con il cannocchiale. Mi trovavo a circa un chilometro in linea d'aria. Quando ho messo a fuoco il nido, ho montato il cavalletto e posizionato lo zoom. I rapaci non potevano in alcun modo accorgersi della mia presenza. Ho passato la notte là, accovacciato, avvolto nel telo mimetico, aspettando il momento magico per le foto, l'alba, quando il sole punta i suoi raggi sul nido".

Ed ecco la cronaca in diretta dell'emozione di questo magico clic. Daniele Genre: "Mi godo un'alba meravigliosa, silenziosa, fredda, ma profumata di rugiada e fiori selvatici.

D'istinto impugno la macchina fotografica e faccio qualche scatto a questo miracolo della natura: il risveglio della vita. Un fruscio improvviso. Davanti a me appare una femmina di camoscio con il suo piccolo, che tenerezza infinita! Due scatti con una luce fantastica che li avvolge, e catturo per sempre questo quadretto familiare". "Giro lo sguardo - continua - ed ecco che, dopo un po', scorgo l'aquilotto che si affaccia dalle rocce. Fino a ieri era in compagnia del  fratello “maggiore”, volato via nel frattempo. Lo inquadro, metto a fuoco, clicco. Ed è così che immortalo un secondogenito di aquila reale sopravvissuto al fratricidio".

Ancora: "Tra uno scatto e l'altro, scruto tra le ramaglie del nido, mi accorgo della predazione….un capretto di camoscio portato là da mamma e papà aquila. Subito dopo, una scena commovente: la "danza" delle ali che precede il primo volo: il giovane rapace sbatte le ali nervosamente, incessantemente, freneticamente. Aspetta il momento più propizio e forse anche il coraggio per lanciarsi nel vuoto e cominciare la sua nuova vita da giovane adulto, là dove le vette toccano il cielo". Là, dove osano le aquile.