L'onda assassina di Stava, tragedia dimenticata

La terra che inghiotte se stessa e i suoi ignari abitanti. È accaduto in val di Stava, in una mattina d'estate di trent'anni fa, quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini. Il materiale fangoso si riversò sulla piccola frazione del comune di Tesero, in provincia di Trento, provocando 268 vittime. Come in Vajont, la fatalità fu accompagnata dalla negligenza. Tante le attività previste dall'Ordine dei geologi e da quello degli ingegneri lungo il percorso della memoria, curato dalla Fondazione Stava che ha inaugurato anche una mostra a Strasburgo
 

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Non c'è sollievo per i familiari delle vittime: né con la sentenza di condanna per gli imputati, perché nessuno di loro ha scontato la pena detentiva, né con quei lunghi e interminabili minuti trascorsi in ginocchio nel cimitero di San Leonardo da Wojtyla, papa pellegrino nelle zone del disastro tre anni dopo, il 17 luglio 1988. Per loro c'è e ci sarà sempre solo il ricordo di essere scampati a una catastrofe, seconda solo al Vajont.

Alle ore 12, 22 minuti e 55 secondi del 19 luglio 1985 cede l'arginatura del bacino superiore della miniera di Prestavel, il bacino crolla su quello inferiore che a sua volta crolla. La massa fangosa composta da sabbia, limi ed acqua scende a valle ad una velocità di quasi 90 chilometri orari e spazza via persone, alberi, abitazioni e tutto quanto incontra fino a confluire nel torrente Avisio. Lungo il suo percorso la colata di fango provoca la morte di 268 persone, la distruzione completa di tre alberghi, 53 case d'abitazione e sei capannoni; otto ponti demoliti e nove edifici gravemente danneggiati. Uno strato di fango tra 20 e 40 centimetri ricopre un'area di 435.000 metri quadri per una lunghezza di 4,2 chilometri. Dalle discariche fuoriescono 180 mila metri cubi di materiale ai quali si aggiungono altri 40-50 mila metri cubi provenienti da processi erosivi, dalla distruzione degli edifici e dallo sradicamento di centinaia di alberi, per un danno complessivo di oltre 133 milioni di euro.
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In mezzora, è sparito un paese intero. Non ci sono parole migliori, per descrivere quello che avvenne quel giorno in Trentino, di questi numeri pubblicati sul sito della Fondazione Stava che dal 1999, per volere dell'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gode dell'alto patronato permanente del Capo dello Stato. Il Presidente della Fondazione, Graziano Lucchi, che ha perso quel 19 luglio 1985 i genitori, Bruno ed Elodia, ha inaugurato una mostra a Strasburgo e dalla sede del Parlamento europeo l'esposizione arriverà a Roma, alla Camera dei deputati.

La miniera sorgeva sulle pendici meridionali del monte Prestavel, nella val di Fiemme, ed era sfruttata fino al XVI secolo per la produzione di galena argentifera. Nel corso del 1900 fu individuata la fluorite, un minerale usato nell'industria metallurgica. A Pozzole, sopra Stava, venne costruito nel 1961 un primo bacino per far confluire il materiale di scarto della miniera. L'argine del bacino non avrebbe potuto superare i nove metri, perché dai dieci in su un terrapieno è considerato una diga, con relative regole restrittive di costruzione. Invece ne misurava 25 metri. Una diga fantasma, mai segnalata nemmeno nelle carte geografiche.

Il bacino non bastò a contenere tutti i materiali di scarto e si pensò alla costruzione di un secondo, a monte. Che avvenne nonostante le perplessità del sindaco di Tesero, che nel 1974 chiese una verifica di stabilità. Fu realizzata dalla stessa società che gestiva la discarica, la Fluormine, del gruppo Montedison, cui era passata all'epoca la miniera. Il tecnico incaricato scrisse che la stabilità era "al limite". Ma il tutto fu archiviato. Tra bacino inferiore e superiore si arrivò a circa 50 metri di argine, costruiti su un terreno instabile e acquitrinoso, del tutto inadatto dal punto di vista idrogeologico e, soprattutto, troppo vicino al centro abitato.
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Tante, troppe analogie con la negligenza umana che portò al disastro del Vajont: la sera del 9 ottobre 1963 si stacca dal monte Toc una massa di roccia che scivola giù, nel bacino lacustre artificiale della grande diga: due chilometri quadrati di montagna che alzano 50 milioni di metri cubi di acqua. Una furia naturale che spazza via tre paesi, insieme alla vita di quasi duemila persone. Tragedie annunciate, appelli inascoltati. La politica sorda arriva dopo, a raccogliere i cocci quando non costa più denaro, consenso politico, interessi economici.

La Commissione ministeriale d'inchiesta sulla tragedia di Stava e i periti nominati dal tribunale di Trento accertarono che "tutto l'impianto di decantazione costituiva una continua minaccia incombente sulla vallata. L'impianto è crollato essenzialmente perché progettato, costruito, gestito in modo da non offrire quei margini di sicurezza che la società civile si attende da opere che possono mettere a repentaglio l'esistenza di intere comunità umane. L'argine superiore in particolare non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio". La causa del crollo venne individuata nella cronica instabilità delle discariche, che non possedevano coefficienti di sicurezza minimi necessari a evitare il franamento.
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Il procedimento penale si concluse nel giugno 1992 con la condanna di 10 imputati dei reati di disastro colposo ed omicidio colposo plurimo, ma "per l'immane tragedia di Stava praticamente nessuno pagò davvero: cavilli e abili avvocati riuscirono, solo sulla carta, a limitare la frana su chi aveva sbagliato. Cordoglio di tutti, scuse, risarcimenti, anche, ma nessuna giustizia", ha scritto in una nota il gruppo consiliare provinciale dell'Unione per il Trentino. "E allora è giusto parlarne oggi - prosegue la nota - è giusto ricordare quelle 268 persone, donne, uomini, nonni, figli, madri e padri che non ci sono più, ma sono, per sempre, incisi nella storia della nostra terra e nella nostra storia personale. Quei nomi, quelle persone, e con esse le loro famiglie che tutto persero in quella giornata d'estate, quotidianamente ci guardano e aspettano da noi, chiamati temporaneamente a gestire la cosa pubblica, azioni concrete per fare in modo che ciò che è stato non sia mai più".

Dalla sentenza del giudice istruttore del tribunale di Trento si legge: "Se a suo tempo fosse stata spesa una somma di denaro e una fatica pari anche soltanto ad un decimo di quanto si è profuso negli accertamenti peritali successivi al fatto, probabilmente il crollo di quasi 170 mila metri cubi di fanghi semifluidi non si sarebbe mai avverato". Si è avverato, e trent'anni dopo il problema resta di proporzioni preoccupanti: il volume annuo dei rifiuti di attività estrattiva in Europa è di 400 milioni di tonnellate, il 30 per cento del totale dei rifiuti europei.