La corrente della plastica in pieno Adriatico, al largo di Caorle

I cosiddetti rasi si trasformano in linee di schiuma ingombre di rifiuti: dalle ciabatte alle bacinelle, ecco cosa trasportano e perché

CAORLE. L'Adriatico è un grande fiordo che si insinua dal bacino dello Ionio verso settentrione; a nord è un imbuto ed è la grande raccolta indifferenziata del nostro mare. Rifiuti di ogni genere che provengono anche dal sud Italia e persino dal nord Africa, perché il nostro mare è un bacino chiuso. E i rifiuti, quando entrano, non escono: le plastiche, quando entrano, non escono.

La corrente sale: da Dubrovnik (all’altezza del Gargano) a Zara. Lì prende due direzioni: si sposta a ovest, verso il Conero, per poi deviare verso sud; oppure sale verso Pola, fino a Punta Salvore. Nel golfo di Trieste, la corrente marina si annulla, mischiandosi con le correnti di marea. È la bora, che fa sembrare le acque pulite: ma è una parvenza molto distante dalla realtà. Con il vento, anche la plastica si disperde, trasformando - durante le mareggiate - i nostri litorali in fronti di guerra: ricoperti dalla plastica.

Felice Gusso, di Caorle, ha individuato una “corrente della plastica” in corrispondenza dei “rasi”, le linee di incontro tra le acque con diverse densità. L’acqua dolce e l’acqua salata, l’acqua più calda e l’acqua più fredda.

«Li vediamo facilmente anche nei nostri mari: linee di schiuma che separano l’acqua marrone dall’acqua verde» spiega. E lungo questi rasi si accumulano proprio le plastiche. L’Adriatico è pieno di queste “correnti”, soprattutto in corrispondenza delle foci dei fiumi: una si nota al largo di Ravenna - è il Delta del Po -, una al largo di Caorle.

Ciabatte, bacinelle, sacchetti della spesa, reti da pesca in nylon, boe e persino rifiuti datati come i vecchi sacchi dei concimi per le campagne: lungo le "correnti della plastica" i rifiuti sono di ogni genere.

«Quando navigo al largo di Caorle, porto sempre con me due sacchi per l’immondizia. Un po' come i pescatori a strascico: "inconsapevoli" netturbini del mare» racconta Gusso. «Lo spessore della corrente della plastica al largo di Caorle è piuttosto importante. Poi i rifiuti si spezzano, affondano e a due-tre metri di profondità diventano di dimensioni impercettibili: è la microplastica, visibile solo al microscopio».

Il raso principale dell’Adriatico coinvolge anche il largo di Caorle e ha delle coordinate ben precise: è una linea a circa 18 miglia dalla cittadina veneziana e a 13 dall’Istria. Da lì si spinge verso sud, parallelamente alle coste italiana, slovena e croata, fino a raggiungere l’altezza di Vieste. È il primo raso che si ricongiunge con quelli più meridionali.

A lato di questa corrente principale si trovano altri piccoli rasi, alcuni dei quali ad appena 3 miglia dalla costa. Questi vengono alimentati dai fiumi, in occasione delle forti piogge. «Basti vedere cosa succede al Piave nei periodi di secca, con alcuni sacchi di plastica che rimangono sull’alveo del fiume, mentre gli altri raggiungono il mare» spiega Gusso.

«I sacchi pieni di plastica e le reti da pesca affondano subito. Le plastiche più leggere galleggiano, per poi frantumarsi in molecole, che affondano solo in un secondo momento. Più piccole sono queste molecole e più vanno in profondità».

Gusso, dal ’76 all’86 pescatore nei pescherecci, da 30 anni marinaio nelle barche da riporto, quella linea l’ha attraversata tante volte. La colpa degli accumuli di plastica, però, la addossa anche alla categoria di cui è stato parte per tanto tempo: «I pescatori hanno inquinato per anni» sostiene.

«Negli anni ’60 e ’70 c’era un’ignoranza di fondo, che ci portava a credere che in mare si potesse buttare di tutto: veniva versato persino l’olio esausto dei motori. Ma anche la pesca di oggi provoca molti danni: soprattutto la mitilicoltura, che rilascia molta plastica. Da giovane, a 5 - 6 miglia da Cortellazzo, ricordo la grande quantità di moscardini e di folpi morti: erano i fanghi rossi della Montedison, che venivano scaricati in mare». Prima di allora la pesca era diversa: «Fino agli anni ’50 non c’era plastica, le cassette erano di legno e le barche non avevano motore. Ricordo i vecchi pescatori che scorgevano i primi cambiamenti dell’innovazione meccanica: ricordo le loro parole dure e premonitrici. Inascoltate».

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