Il semaforo? Lo inventò un vigile che non voleva prender freddo

«Col rosso non si passa, col giallo fai attenzione, col verde c’è via libera alla circolazione», recita una filastrocca per bambini. Il giallo, però, il giorno in cui venne inventato il semaforo elettrico non c’era.

La grande idea è di Lester Wire. Nasce a Salt Lake City, nello Utah, nel 1887, e sogna di diventare avvocato. In casa di soldi però non ce ne sono molti e ed è quindi costretto a lasciare l’università dopo un solo anno e a entrare nella polizia locale. È un tipo sveglio e brucia le tappe, tanto è vero che a soli 24 anni è già stato nominato comandante della divisione Traffico della città. Nella Main Street colloca una piccola piattaforma, sulla quale piazza quotidianamente un addetto per gestire la circolazione degli automezzi. Un sistema che però non lo soddisfa, vuoi perché nelle giornate di maltempo è faticosissimo restare per ore sotto alla pioggia senza poi beccarsi un accidente, vuoi perché per un essere umano non è facile controllare tutto: il rischio di incidenti rimane piuttosto alto, tanto più che il numero di veicoli aumenta di giorno in giorno.



Siamo nel 1912 ed è giusto fare un passo indietro di quasi cinquant’anni, fino al 1868. In Inghilterra si parla con preoccupazione dell’assenza di regole del traffico stradale, nel quale si lanciano in maggioranza vetture trainate da cavalli, e così John Peake Knight, un ingegnere che si occupa di segnaletica ferroviaria, propone di utilizzare sulle strade di Londra un sistema mutuato dalle ferrovie. Di giorno bracci meccanici, che un vigile manovra manualmente, indicano se fermarsi o procedere. Di notte tocca a una luce rossa e una verde, alimentate a gas e che entrano in funzione manualmente. Il primo semaforo stradale viene installato nella capitale il 10 dicembre 1868, all’incrocio tra Great George Street e Bridge Street, nei pressi del Parlamento. Dopo un mese, però, succede l’imprevedibile: una fuga di gas fa esplodere una delle lampade, ferendo agli occhi il vigile addetto. E così si blocca la sperimentazione.

Dall’altra parte dell’Oceano i problemi sono ancora più seri se si pensa che i morti all’anno per incidenti stradali sono già stimabili in alcune centinaia. A Chicago, nel 1910, Ernest Sirrine brevetta il primo sistema automatizzato di controllo del traffico: utilizza le due parole “stop” (fermati) e “proceed” (procedi) ma nessuna delle due è illuminata. Passano due anni e arriva la svolta firmata da Wire. Il frutto del suo ingegno è una scatola di legno, con una copertura spiovente, con luci rosse e verdi posizionata su tutti e quattro i lati. La montano su un palo, a un’altezza di tre metri circa e la collegano alle linee elettriche dei tram. Una volta installata la fanno gestire, a mano, da un agente collocato in una cabina al lato della strada. È nato il primo semaforo elettrico, che in realtà sembra una gabbia per gli uccellini. I pedoni ci ridono sopra, scherzando con gli automobilisti in attesa della luce verde: «Stai aspettando che il canarino prenda il volo?» domandano. Sono tutti contenti, a partire dai vigili che non devono più prendere freddo per fare il loro lavoro. E il suo inventore è molto orgoglioso, perché la sua trovata viene ribattezzata “Gabbia per uccelli di Wire” o “Casa dei piccioni di Wire”. Ne cominciano a parlare i giornali e così la fama della nuova invenzione arriva fino a Cleveland, a quasi tremila chilometri di distanza. La popolosa città dell’Ohio è particolarmente trafficata e quindi la American traffic signal company, il 5 agosto del 1914, decide di installare un sistema di segnali stradali all’angolo tra East 105th Street e Euclid Avenue, basandosi su un progetto di James Hoge. Anche in questo caso i colori sono due, il rosso e il verde, ma in più c’è un segnale acustico che avvisa del cambiamento della tinta e quindi del via libera, o dello stop. Hoge fa domanda di brevetto nel 1913 e se la vede concedere cinque anni più tardi. In brevissimo tempo, però, il sistema accusa un problema: due sole luci non lasciano ai conducenti il tempo sufficiente per fermarsi alle alte velocità.

In alcune città si fa una sperimentazione piuttosto singolare: si lascia il verde per alcuni secondi dopo che il rosso è già stato acceso, ma così la confusione aumenta, così come il rischio di incidenti. William Potts, un poliziotto di Detroit, nel Michigan, escogita allora una via di mezzo: dopo la luce rossa e prima della verde fa sì che, per alcuni secondi, a brillare sia una luce gialla. Il primo esemplare tricolore viene collocato all’incrocio tra le Woodward e Michigan Avenue nell’ottobre del 1920.

Ben presto il semaforo si diffonde in tutto il mondo. Il primo in Europa è a Parigi, nel 1922. Subito dopo sbarca in Germania, ad Amburgo e a Berlino. Quindi a Londra, dove ancora si ricordano di quanto capitò nel 1868 allo sventurato vigile e vanno con i piedi di piombo. In Italia fa il suo esordio tre anni più tardi a Milano, all’incrocio fra piazza Duomo, via Torino e via degli Orefici: accorre tantissima folla per celebrare l’evento. A Roma fa la sua comparsa grazie alla tenacia dell’ingegner Filippo Ugolini, vice comandante dei pompieri, inventore per diletto e noto anche per avere ideato il tassametro. Inizialmente alcuni inconvenienti tecnici (su tutti il rosso e il verde che scattano troppo rapidamente, portando a tamponamenti) creano scetticismo e qualche ironia, ma l’11 gennaio del 1934 è il giorno del trionfo per il caparbio vigile del fuoco. Inaugurano un semaforo in largo Goldoni e poco dopo ne installano altri quindici nella Città Eterna. A Ugolini vengono date duemila lire di premio (con le rivalutazioni corrispondono a circa 2.500 euro di oggi) ma non è tutto, perché al tema non è insensibile il grande poeta romano Trilussa, che gli dedica alcuni versi: «O Ugolin che Filippo ti nomi, ingegner di gran voglia ben sei, per te scrivere fia d’uopo più tomi, tanto tu con tua scienza ci bei, poiché fosti inventore d’un don, tutt’in pro dell’onesto pedon».

Se gli arbitri di calcio sventolano cartellini gialli e rossi agli atleti, e da quest’anno pure agli allenatori, il merito va proprio a un semaforo. Durante i Mondiali del 1966, l’argentino Antonio Rattin si rifiutò di uscire dal campo dopo essere stato espulso nel corso della gara con l’Inghilterra. A Ken Aston, arbitro (di cui, va detto, in Italia si ricorda l’imbarazzante direzione nella gara con il Cile del 1962) diventato responsabile dei direttori di gara alle rassegne iridate, venne l’idea di fare mostrare dei cartellini colorati (giallo per l’ammonizione e rosso per l’espulsione) per non dare spazio a fraintendimenti. «Ho avuto l’illuminazione mentre ero fermo davanti a un rosso con la mia macchina» avrebbe raccontato in seguito. L’innovazione venne introdotta ai Mondiali del 1970 e poi definitivamente inserita nelle regole del calcio nel 1973. —

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