Marchi (Save) «Bisogna fermare subito l’operazione di Ascopiave»

Il grido d’allarme del presidente: idea mostruosa, la politica deve intervenire. Il Veneto non deve continuare a vendere. «Sta cominciando la demolizione delle utilities del Nordest. Una distruzione. L’operazione di Ascopiave va fermata prima che sia troppo tardi, è mostruosa, aberrante, sono allibito, sconcertato, sento il dovere civile di intervenire e lanciare un grido di allarme».

TREVISO. «Sta cominciando la demolizione delle utilities del Nordest. Una distruzione. L’operazione di Ascopiave va fermata prima che sia troppo tardi, è mostruosa, aberrante, sono allibito, sconcertato, sento il dovere civile di intervenire e lanciare un grido di allarme».

Presidente Marchi (Save), raramente l’abbiamo sentita così ... diretto.

«Parlo da cittadino che ama il suo territorio. Si sta ripetendo quanto abbiamo visto per banche, autostrade, fiere. Le casse di risparmio venete sono andate chi con Intesa chi con Unicredit, nel 1988 le banche venete avevano la maggioranza relativa del nuovo Ambrosiano, ora Intesa. Ora in Veneto ci sono solo le braccia, le filiali, la testa è a Milano. Autostrade? Tutti a parlare di holding territoriale, e invece c’è lo spezzatino: agli spagnoli ora Atlantia la Brescia Padova, all’Anas mezza Padova-Venezia. Sedi a Roma con partecipata veneta».

Anche Save può avere fondi stranieri e partner…

«Ma mi sono sempre battuto, è scritto negli accordi, che non si può vendere a un gruppo industriale, la testa deve restare qui».

Torniamo ad Asco, di cui lei è stato advisor. Ascopiave vuol concentrarsi sulla distribuzione, cedere il controllo delle vendite, avere reti e diventare competitor con le aggregazioni.

«Sbagliato, perderà la vendite e anche la distribuzione. Se si vuol fare crescere il territorio, va fatta una holding veneta, da allargare a Trento e Bolzano, con testa in Veneto. A forza di aggregarsi con i colossi i veneti rischiano di tornare essere dipinti come nei film degli anni ‘60: uomini emigranti, donne domestiche nelle case dei ricchi»

Ma chi deve intervenire?

«Le istituzioni, il territorio, la politica che vuol bene al Veneto. C’è una contraddizione chiara: si vuole l’autonomia, e si vende ad Anas il 50% della Padova-Venezia. Si dice “prima i veneti”, poi si vende il patrimonio dei veneti. Registro silenzio. Forse non si comprende la situazione, non voglio neanche pensare a malafede. Non si dica che Ascopiave è in Borsa, e non si può parlare. Il socio di maggioranza è una società pubblica. Sono i sindaci i veri suoi proprietari, devono bloccare questa mostruosità. La scelta non è del mercato, ma di chi la controlla, i comuni».

Non è che parla da imprenditore, magari interessato?

«No. Da 30 anni mi interesso di infrastrutture e servizi di pubblica utilità, stavolta non lo faccio per lavoro, ho rifiutato mandati da gruppi per la gara di Asco, non voglio far parte di quest’operazione a nessun titolo. Non andrò mai contro gli interessi del mio territorio, anzi ho offerto la mia disponibilità gratuita per favorirne lo sviluppo. Rivendico il mio ruolo nella crescita di Ascopiave con le acquisizioni, poi un altro management ha deciso di vivere di cedole e rendite. Ma ora qui si smonta Ascopiave».

Cosa dovrebbe fare Zaia?

«Chiamare Agsm, Verona, Aim , Vicenza e Asco, e lavorare per creare un polo veneto, vero, che stia nel mercato e cresca: 1,5 milioni di clienti sono scala più che competitiva».

Lo voleva anche Da Re, segretario della Liga. Poi Cecconato, presidente di Ascopiave, ha imboccato un’altra linea.

«Ho visto anch’io inspiegabili conversioni a U, poi è calato un silenzio assordante, tranne qualche sindaco che però non può esporsi. I comuni devono dire la loro, con la Regione devono porsi domande. Vogliamo o no una multiutility veneta, come A2a in Lombardia o Hera in Emilia? Cosa vogliamo fare con le infrastrutture energetiche venete? Unirsi, o ognuno per conto suo?»

La scelta di Ascopiave è industriale e strategica.

«Guardi, anche il bando...Andreotti diceva che a pensar male si fa peccato ma magari si indovina. Dire “non solo soldi ma anche reti” restringe il cerchio, e molto. I grossi player nazionali stanno volteggiando attorno ad Ascopiave e alle altre utilities del Nordest come avvoltoi. Ricordo Eni: lo si voleva liquidare, Mattei tenne duro, forse pagò con la vita, oggi c’è un colosso mondiale. Cosa sarebbe l’Italia senza Eni? Sono le scelte industriali forti che fanno crescere i territori, mantenendo ricchezze e testa in loco. Se il controllo non resta qui, non scatta il circolo virtuoso: a cascata il management di seconda fila della capogruppo può diventare prima fila di una media impresa, aiutandola a crescere. E così via. Attorno al grande gruppo crescono consulenti, fornitori, indotto: ma qui si lavora per un Veneto di braccia, cioè stabilimenti e filiali di una testa che sta altrove».

Il 23 è fissata l’assemblea di Ascopiave.

«Anche lì...si parlerà di dividendi, impoverendo il sistema pubblico di 50 milioni per pagare soci privati (Plavisgas di Malvestio, Marchetto & co, ndr). Danno e beffa: questi resteranno con lo 0,5% della holding, continueranno con le cause, ma con diverse decine di milioni di euro in più. Ma la colpa è di chi ha voluto uno statuto-monstre, che ha aperto la strada al diritto di recesso. Si dovrebbe tornare al vecchio statuto, bloccando il recesso».

Ma si dice che così resta il controllo pubblico.

«E va bene: come Hera in Emilia, A2a in Lombardia, Acea in Lazio. C’è però una questione proprietà. L’aeroporto lo gestisce Save, in concessione, poi torna allo Stato. Ma i 700 mila clienti che si cedono oggi si perdono per sempre. Lo facesse un grande fondo speculativo...non a caso Amber è contenta. Ma è questa la politica del Veneto? I nostri sindaci come un fondo speculativo? Si smontano le aziende e le si vendono a pezzi. Sono allibito. Altro che “prima i veneti”...»

La Lega dice di voler salvare il legame con il territorio.

«E’ l’esatto opposto. Credo che nel vedere quel che succede, il senatore Fabbri, che ideò Bim Piave nel 1956, antenata di Asco, si rivolti nella tomba. Tra l’altro, il recente ’emendamento alla Madia concede due anni di tregua per sistemare il “nodo” proprietà. L’assemblea voti no al dividendo straordinario, la holding torni allo statuto originario e fermi tutto. Anche la gara: c’è tempo. E si parta con la holding veneta, poi triveneta»

Ascotrade viene ceduta, al 51%, perché si dice che non è più redditizia.

«Al contrario, è la parte più redditizia e consente il contatto con il territorio. E poi, perché nessun’altra, neanche le piccole, cede le vendite? Tutti stupidi, in Italia, e gli intelligenti solo a Pieve? Nessuno vede che in Italia tutti cercano di comprare e solo Asco vende? Temo che Asco si troverà con un piccolo ramo distribuzione: quando ci saranno le gare, come farà a competere con Eni, Edison, Snam? Alla fine verrà rasa al suolo, spariranno centinaia di posti di lavoro. Ma spero che i sindaci abbiano la forza di fermare la spoliazione del nostro territorio».

Video del giorno

Emozione a Jesolo, la prima tartarughina nata in spiaggia raggiunge il mare

Timballo di alici

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi