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Carolyn Carlson danza con l’anima del mondo

Tre assoli femminili per il ritorno della coreografa in laguna

Roberto Lamantea
2 minuti di lettura

È Venezia la città di Carolyn Carlson, non Oakland, in California, dove è nata da genitori finlandesi, né Parigi, dove vive e insegna: basta vedere come, fuori dal teatro Goldoni, l’attendono le (e gli) ex allieve dell’Accademia Isola Danza, che lei guidò da direttrice della Biennale Danza (1999-2002) e con cui realizzò Parabola (1999), Light Bringers (2000), lo stupendo J. Beuys Song (2001) – canto d’addio alla natura cancellata, uccisa, incendiata. Dopo lo spettacolo erano tutti (tutte) lì, in calle, con gli occhi di luce. È la Venezia dove, dal 1980 all’84 alla Fenice, formò il teatrodanza italiano (nacque il primo nucleo di Sosta Palmizi: Michele Abbondanza, Antonella Bertoni, Roberto Castello, Raffaella Giordano, Giorgio Rossi…) e spettacoli indimenticabili come Undici onde (1981). È la città dove, nel 2006, la Biennale le donò il Leone d’oro alla carriera.

Carolyn è tornata a Venezia con un trittico di soli femminili, Short Stories, che ha concluso la rassegna di danza “Evoluzioni” del Teatro Stabile del Veneto. Tre coreografie sulle musiche di Nicolas de Zorzi e Michael Gordon.

Vedere lei, Carolyn, a 74 anni compiuti da un mese (7 marzo), il corpo agile, le braccia saettanti, i lunghi capelli biondi da far invidia a una ragazza, è sempre un’emozione. È la “water lady”, Carolyn, è l’acqua il suo simbolo, è Venezia. Un canto marino è Immersion (18’), il suo assolo, musica de Zorzi, luci Guillaume Bonneau. Onde nei suoni e nella danza delle braccia, nel suo corpo-giunco, pioggia, mare, gabbiani, fiume, una striscia azzurra, persino un aspersorio per una coreografia ipnotica che rinvia all’Oriente, al Giappone.

Anche Wind Woman (8’) è un canto, un’invocazione, dove la brava Sara Simeoni è un’alga, danza una serie di onde, invocazioni, pensiero mistico che si scrive nell’aria, nel vento, nel respiro.

Con Mandala (30’), musica da Weather parts 3 & 1 di Michael Gordon, costumi Chrystel Zingiro, luci Freddy Bonneau, Carolyn Carlson sfiora il capolavoro. La bravissima Sara Orselli disegna una danza circolare, gambe e braccia via via più snodate, seguendo la proiezione di agroglifi, i famosi cerchi nel grano dalle origini misteriose geometricamente perfetti che hanno fatto fantasticare su visite aliene che per Carolyn «sembrano volerci ricordare le forze sconosciute che ci circondano». I disegni di luce sono un mandala, il clima è mistico, grazie anche alla musica di Gordon, microvariazioni di una cellula ritmica e timbrica dall’eco minimalista in una danza che ricorda la circolarità sufi ma con un movimento saettante e snodato, mai rigido: non è rigida l’acqua, non l’aria, gli elementi che in Carolyn Carlson si trasformano in onde, ali di gabbiani-braccia della danzatrice, voli morbidi, ma anche vortici, tuoni, scrosci.

Carolyn disegna le sue poesie a china e matita: ali, onde, cerchi per parole che danzano: «Non nell’essere le cose esistono / Ma nel divenire e nel dissolversi» scrive in Le soi et le rien, una bellissima plaquette pubblicata da Actes Sud in Francia nel 2001 nella collana “Le souffle dell’esprit”. Sono le sue preghiere mistiche e laiche. Carolyn danza – danzerà sempre – l’anima del mondo.

 

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