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Quando Gaiatto scriveva: la vittima sono io

Fabio Gaiatto (Foto Tommasella)

A maggio inviò una nota ai risparmiatori accusando gli ex collaboratori. Ma intanto erano partite querele da tutto il Veneto

PORTOGRAURO. «Venice e Fabio Gaiatto sono stati vittima di un raggiro da parte di sedicenti professionisti ed ex collaboratori che ci sono rivelati artefici di una truffa che ha causato distrazione di risorse e capitali».

È quanto si legge nella nota inviata solo pochi mesi fa, il 2 maggio scorso, dalla Venice Investment Group Ltd ai risparmiatori che avevano presagito il raggiro e cominciato a presentare denunce in Procura. In quella comunicazione Gaiatto da un lato rassicura gli investitori ...

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PORTOGRAURO. «Venice e Fabio Gaiatto sono stati vittima di un raggiro da parte di sedicenti professionisti ed ex collaboratori che ci sono rivelati artefici di una truffa che ha causato distrazione di risorse e capitali».

È quanto si legge nella nota inviata solo pochi mesi fa, il 2 maggio scorso, dalla Venice Investment Group Ltd ai risparmiatori che avevano presagito il raggiro e cominciato a presentare denunce in Procura. In quella comunicazione Gaiatto da un lato rassicura gli investitori («si sta lavorando per riportare la situazione in equilibrio e poter corrispondere il dovuto a ogni investitore») e dall’altro trasforma la difesa in attacco.

Accusando, appunto, un gruppo non meglio precisato di ex collaboratori di aver sottratto i soldi, di aver cercato di farlo fuggire per «coprire con l’infamia e la codardia del potenziale fuggitivo le loro malefatte», di aver creato allarmismo al fine di distruggere tutto «risparmi compresi».

I risparmiatori-investigatori. La nota, lungi dal rassicurare i risparmiatori, suscita ancor più preoccupazione a fronte dei confusi scenari e degli oscuri intrighi prospettati. Anche perché nel frattempo erano partite le querele. Come quelle del gruppo di investitori seguito dagli avvocati Eva Salbego di Padova e dal collega croato Milan Markis. Una quindicina di persone, legate tra di loro da rapporti familiari, che hanno investito nel tempo 30 mila euro a testa trovandosi con un pugno di mosche in mano. E che hanno deciso di raccogliere tutti i documenti utili e di indagare sui ruoli e sui patrimoni degli uomini Venice per aiutare la Finanza a far luce sulla vicenda.

I soldi nello smartphone. Solo un anno prima da quella nota della Venice, tutto sembrava funzionare alla perfezione. A gennaio 2017 un risparmiatore aveva fatto i bonifici di investimento e dopo 4-5 giorni «potevo visualizzare sul mio telefono dall’applicazione il conto che iniziava a rendere ed ogni giorno potevo constatare che i miei soldi fruttavano».

Quando in autunno chiede indietro i suoi soldi, non ottiene soddisfazione. E neppure il web dà più risposte. Se inizialmente Venice metteva a disposizione dei clienti un sito internet, successivamente l’accesso è stato bloccato. «Tutti hanno visto lievitare il proprio investimento: o meglio, così si leggeva nella rispettiva area personale del sito», annotano gli avvocati Salbego e Markis in querela. Che spiegano come una parte dei proventi sia stata effettivamente corrisposta ai clienti fino al luglio 2017. Poi più nulla. Lo “schema Ponzi” era saltato.

I finti investimenti. Non c’erano più soldi da restituire in quanto non erano mai stati neppure investiti, come hanno scoperto gli uomini del maggiore della Guardia di Finanza Riccardo Zorzut. All’inizio il promotore operava in Italia e in quel periodo ha effettivamente fatto operazioni di trading (circa un 1,7% rispetto ai 70 milioni raccolti). Successivamente, con il passaggio alle società slovene e a quelle inglesi - hanno rilevato gli investigatori - il denaro versato dai risparmiatori confluiva direttamente nei conti di società intestate ai prestanome.

L’ufficio in giardino. Eppure, anche quando la succursale italiana è stata chiusa, Gaiatto ha continuato a incontrare i clienti italiani. Lo faceva direttamente a casa sua: aveva attrezzato un gazebo in legno nel giardino della villa di via Bassa 18 a Portogruaro. —