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Mirano, entra in ospedale per partorire: donna rovinata dall’epidurale

Il pronto soccorso dell'ospedale di Mirano

L’inserimento sbagliato dell’ago dell’anestesia nella spina dorsale della paziente ha provocato la paralisi della gamba sinistra. L’avvocato: «Danni più gravi»

MIRANO. Entra in ospedale a Mirano per dare alla luce il suo secondo figlio con il taglio cesareo, esce senza più riuscire a muovere la gamba sinistra, senza più la sensibilità a livello della zona pelvica e con problemi alla vescica. Colpa, è stato accertato nel corso del procedimento di primo grado davanti al giudice civile Paolo Talamo, dell’errato inserimento nel midollo spinale dell’ago della siringa con l’anestetico per l’epidurale, scelta dalla paziente, che allora aveva 34 anni, per ...

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MIRANO. Entra in ospedale a Mirano per dare alla luce il suo secondo figlio con il taglio cesareo, esce senza più riuscire a muovere la gamba sinistra, senza più la sensibilità a livello della zona pelvica e con problemi alla vescica. Colpa, è stato accertato nel corso del procedimento di primo grado davanti al giudice civile Paolo Talamo, dell’errato inserimento nel midollo spinale dell’ago della siringa con l’anestetico per l’epidurale, scelta dalla paziente, che allora aveva 34 anni, per affrontare i dolori del parto. Era il 2002.

Da allora è iniziato il calvario della famiglia della donna e in parallelo la battaglia giudiziaria contro l’allora Usl 13, oggi confluita nell’azienda sanitaria 3 Serenissima. Perché da allora le condizioni di salute della mamma sono andate precipitando e due anni e mezzo dopo il parto le è stata diagnosticata la malattia di Devic o neuromielite ottica.

Una patologia autoimmune rarissima che ha portato la donna a una invalidità del 100%, provocandole tra l’altro paraplegia e assenza di sensibilità alle gambe, cecità ad un occhio e grave riduzione della vista all’altro, oltre ad una vita completamente stravolta sia per lei, che per il marito e i due figli. Secondo l’avvocato Enrico Cornelio, che rappresenta la donna e i suoi familiari, l’epidurale errata è stata la causa della malattia di Devic. Nell’atto di citazione dell’Usl, il legale aveva allegato due casi citati dalla comunità scientifica di possibile concatenazione causale tra malattia di Devic ed anestesia spinale.

Nel novembre 2014, dopo una lunghissima causa nel corso della quale era stata effettuata una consulenza tecnica d’ufficio, il giudice civile aveva riconosciuto «la pacificamente negligente condotta del sanitario all’atto dell’effettuazione dell’anestesia» e quindi il nesso causale tra l’epidurale effettuata non a regola d’arte e la prima parte dei sintomi manifestati dalla paziente, ovvero l’impossibilità a muovere la gamba sinistra e i problemi alla zona pelvica e alla vescica.

Ma non il nesso causale tra la stessa epidurale e la malattia di Devic. Alla donna e ai suoi familiari (marito, due figli e madre) era stato dunque liquidato un danno per l’invalidità temporanea stimata in 6 mesi, per un totale di 369.500 euro.

Una cifra e una conclusione, questa, su cui l’avvocato Cornelio ha presentato appello lo scorso anno, allegando all’atto cinque pubblicazioni di riviste neurologiche internazionali che riconoscevano il nesso di causa tra la malattia di Devic e la lesione provocata dall’ago dell’epidurale al midollo spinale. Prima che i giudici dell’Appello prendessero la loro decisione, il legale ha depositato ulteriori studi pubblicati nel frattempo sull’argomento.

La sentenza di secondo grado (presidente relatore Mauro Bellano, a latere Clotilde Parise e Lisa Micochero) è stata pubblicata la scorsa settimana. I giudici non hanno ritenuto di dover disporre una integrazione della consulenza tecnica d’ufficio, confermando quanto deciso in primo grado in relazione al nesso causale tra la prima patologia e la seconda da un lato e l’anestesia epidurale dall’altro. È stato tuttavia rideterminato il risarcimento per il danno non patrimoniale patito dalla paziente, facendolo passare da 147mila a 187mila euro, oltre agli interessi. Rigettati l’appello proposto dal marito della donna e l’appello incidentale dell’Usl 3, la quale è stata condannata a pagare le spese di giudizio.

«È vero che si tratta di una malattia rara ma dal momento che l’appello riguardava la documentazione di ulteriori studi che avevano riconosciuto la possibile origine traumatica della patologia, mi lascia perplesso il fatto che la Corte non si sia nemmeno posta il problema di chiedersi se fossero rilevanti o meno, oppure di disporre una nuova perizia perché venissero valutati», chiarisce l’avvocato Cornelio. Di qui la decisione di presentare ricorso in Cassazione, sostenendo il mancato esame di un punto decisivo della controversia. La battaglia, 16 anni dopo il parto, non si è ancora conclusa. —