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«Quando ho visto la foto non volevo crederci “Mario” è imperdonabile»

Angela Zorzi ha frequentato Gueye con altri amici a Marcon «Faceva il guascone, parlava anche in dialetto veneziano» 

«Mi sembrava un bravo ragazzo, in fondo, parlava persino in dialetto veneziano». Così Angela Zorzi, 26 anni di Quarto d’Altino, per un breve periodo residente anche a San Donà, ricorda Mohamed Gueye, il senegalese di 25 anni accusato dello stupro della ragazza giuliana di 15 anni al lido di Jesolo. Quando lo ha riconosciuto dalle foto sui giornali, ha subito postato nel suo profilo Facebook lo stupore e anche lo sdegno per quanto accaduto. Ci sono ancora le foto sui social che la ritraggono ...

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«Mi sembrava un bravo ragazzo, in fondo, parlava persino in dialetto veneziano». Così Angela Zorzi, 26 anni di Quarto d’Altino, per un breve periodo residente anche a San Donà, ricorda Mohamed Gueye, il senegalese di 25 anni accusato dello stupro della ragazza giuliana di 15 anni al lido di Jesolo. Quando lo ha riconosciuto dalle foto sui giornali, ha subito postato nel suo profilo Facebook lo stupore e anche lo sdegno per quanto accaduto. Ci sono ancora le foto sui social che la ritraggono vicina a lui, semplici amici. Perché il senegalese era perfettamente integrato tra i giovani della zona, anche se la sua vita era piuttosto nebulosa per tanti aspetti, a cominciare dal lavoro.

«Se avessi immaginato che potesse essere capace di simili cose mai si sarebbe avvicinato a me», precisa Angela dalla sua casa a Quarto d’Altino, «io e altri ragazzi lo abbiamo conosciuto tre o quattro anni fa al bar lo Stadio. Era uno di noi, giocava a calcetto, poi veniva qualche volta in giro. Allora non aveva la compagna. Era alto palestrato, incuteva un po’ di timore. Ma era anche scherzoso “Mario”, come si faceva chiamare con il soprannome italiano. Gli piaceva stare in compagnia, era rispettoso ed educato. Per dire, non era uno che ti assaliva o ci provava. Diceva che lavorava a Venezia, ma era sempre in malattia. Non aveva l’aria di essere un gran lavoratore».

Poi qualche particolare sospetto viene alla mente. «Era un po’ chiacchierato per la droga», ricorda ancora Angela, «lui viveva a Marcon, mi pare da una sorella. Ma era spesso qui a Quarto e si diceva che ne facesse uso. Andava spesso in bagno quando era in compagnia e qualcuno sapeva che poteva anche procurare qualche sostanza. Io, ingenuamente, non avevo mai fatto caso a questi comportamenti che altri avevano subito notato. Ma arrivare al punto di commettere violenza su una ragazzina, questo proprio non me lo sarei mai aspettato e ancora mi sembra impossibile. Un gesto terribile che non si può perdonare». Anche al lido di Jesolo tanti si ricordano di “Mario” che spesso andava presso un tabacchino verso la zona di piazza Nember per qualche acquisto, sigarette, spedizione di soldi. Poi bazzicava la zona di piazza Mazzini. E anche qui al lido ricordano il particolare del dialetto veneziano che parlava piuttosto bene per essere uno straniero. Era la chiave che apriva le porte con la gente, forse anche con quella ragazzina che si è fidata di lui. —

Giovanni Cagnassi

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