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I vicini: «A volte dava di matto ha spaccato la casa dei parenti»

Ma parenti e amici lo difendono: «Vien da pensare che non sia vero, perché è un bravo ragazzo, lo vedevamo al parco S. Giuliano felice insieme alla figlia»

«Era fidanzato, ha una bambina, se anche l’avesse solo seguita in spiaggia o le avesse dato un bacio avrebbe sbagliato». La famiglia della sorella di Mohamed Gueye, arrestato per lo stupro di una quindicenne, non sa cosa pensare. Al civico 40 di via Don Bosco ieri, si alternavano dei ragazzotti appena più che adolescenti. Uno di loro, che si fa chiamare Max, è il cugino acquisito di Gueye. Si affaccia alla finestra, poi scende di sotto, si mette una maglietta. Non sa bene cosa dire. La mamma ...

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«Era fidanzato, ha una bambina, se anche l’avesse solo seguita in spiaggia o le avesse dato un bacio avrebbe sbagliato». La famiglia della sorella di Mohamed Gueye, arrestato per lo stupro di una quindicenne, non sa cosa pensare. Al civico 40 di via Don Bosco ieri, si alternavano dei ragazzotti appena più che adolescenti. Uno di loro, che si fa chiamare Max, è il cugino acquisito di Gueye. Si affaccia alla finestra, poi scende di sotto, si mette una maglietta. Non sa bene cosa dire. La mamma, sorella di Gueye, è a Rimini per la stagione lavorativa, va e viene da Marcon, le sue sorelle sono in Senegal, ha anche un altro fratello, che ieri non c’era. Porta le cuffie in testa, mentre telefona con gli amici prima di andare a lavorare.

Il papà, Mamadou non c’è, è di turno al lavoro. «Ho ricevuto un sacco di messaggi» dice piano, «i miei amici dicono che non è possibile, che non può essere stato lui, che è un bravo ragazzo e che non c’entra». Poi però aggiunge: «Allora forse lei c’è stata, questo dice anche qualcuno».

Ma non ne è convinto. Ripete quello che sente dire in compagnia, perché la notizia si è sparsa. Poi però ci riflette e aggiunge: «Però è fidanzato, ha una bambina, non doveva seguirla, non doveva neanche baciarla». Ed è la stessa cosa che sostiene un cugino, arrivato più tardi. «Ha sbagliato, perché era sposato. Era diventato davvero bravo, lo vedevo anche al parco con la figlia, andava anche a San Giuliano, la portava sempre fuori, lo incontravo a Carpenedo, in giro a Mestre». Il cugino spiega che Hamed («noi lo chiamiamo così non Mario»), lavorava saltuariamente. «Lo avevo portato io in una agenzia interinale a Mestre, a volte lo chiamavano e andava a lavorare a Venezia, nelle cucine». Sono spiazzati, aspettano il padre, Mamadou. È lui che sta dietro ai figli, li ha cresciuti e li ha fatti studiare, prima alle scuole di Marcon, poi all’alberghiero. Ed è lui che ha denunciato Mohamed perché non gli piaceva come si comportava. Della fidanzata, a parte il nome, non vogliono parlare, rispettano la sua privacy. «Veniva qui» raccontano, «a volte si faceva fare le treccine come le portiamo noi». Il cugino non l’ha sentita, per ora, ma vorrebbe passare a trovarla. La vicina di casa conosce bene Gueye.

E mentre chi lo vedeva solo passare e salutare ricorda il ragazzo gentile che scroccava una sigaretta con il sorriso, lei ne sa di più. «Gueye noi lo chiamavamo Mario» dice, «faceva spesso confusione, a volte dava di matto. Un giorno ha spaccato tutto e non sono più riusciti a mettere a posto (indica il giardino e mostra i segni), poi sono arrivati i carabinieri, un gran caos». Fa capire che “Mario” non aveva molta voglia di darsi da fare. Negli ultimi due mesi, però, molti lo avevano perso di vista. —

Marta Artico