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Mestre, contratto di lavoro inutile: migranti, il sogno infranto

Bocciata la richiesta di permesso di soggiorno nonostante un’occupazione regolare. Sono ventuno, arrivano dall’Africa e dal Bangladesh, rischiano di diventare clandestini

MESTRE. Sono ventuno. Tutti hanno frequentato il corso di italiano, non hanno combinato nulla di illegale, sono ospiti della Cooperativa Caracol e hanno un lavoro. Un lavoro regolare, chi in azienda agricola di Chioggia, altri in ditte di pulizie, chi lavora alla realizzazione dei padiglioni della Biennale e chi come aiuto pizzaiolo.

Nessun lavoro in nero. Tutto regolare. Si tratta di richiedenti asilo che però, nonostante il percorso di inserimento fatto correttamente e il fatto che occupano ...

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MESTRE. Sono ventuno. Tutti hanno frequentato il corso di italiano, non hanno combinato nulla di illegale, sono ospiti della Cooperativa Caracol e hanno un lavoro. Un lavoro regolare, chi in azienda agricola di Chioggia, altri in ditte di pulizie, chi lavora alla realizzazione dei padiglioni della Biennale e chi come aiuto pizzaiolo.

Nessun lavoro in nero. Tutto regolare. Si tratta di richiedenti asilo che però, nonostante il percorso di inserimento fatto correttamente e il fatto che occupano posti di lavoro che prima nessuno copriva, ora sono praticamente dei clandestini. Infatti la loro richiesta di permesso di soggiorno per motivi umanitari non è stata accettata dalla Commissione che deve valutare la loro posizione.

Si tratta di ragazzi provenienti dalla Nigeria, dal Mali, dal Senegal, dal Ghana e dal Bangladesh. Hanno un’età che varia dai 20 ai 31 anni. «Il loro percorso di inserimento è stato lineare, perfetto. Quando sono arrivati qui, a luglio dello scorso anno, non parlavano una parola di italiano», spiega Vittoria Scarpa, della Cooperativa Caracol. «Provenivano tutti dal Centro di accoglienza di Cona dove erano rimasti per diversi mesi circondati dal vuoto assoluto. Si sono impegnati, convivono pacificamente nonostante appartengano a religioni e nazionalità diverse. Si stano inserendo a Marghera dove vanno nei negozi ad acquistare il cibo che poi cucinano. Ora quel no alla richiesta cosa vuol dire? Un’unica cosa: diventare clandestini. Di conseguenza perdono il diritto all’ospitalità, vengono messi in strada e perdono il lavoro. E poi come vivono? La cosa più semplice è arrangiarsi con espedienti. E non mi si venga a dire che poi saranno rimpatriati. Con i Paesi di provenienza non c’è accordo che consenta il rimpatrio perché queste nazioni accettino un qualsiasi rimpatrio».


Il gruppo che lavora nelle serre di Chioggia prende il pullman alle 5.30 del mattino e rientra a Marghera intorno alle 19. E così dai primi mesi di formazione nei campi, hanno occupato dei posti che il datore di lavoro non riusciva a coprire perché nessuno del posto ci voleva andare. Non hanno mai mancato un giorno e se bisogna lavorare di sabato lo hanno fatto e lo fanno. Lo stesso vale per chi ora è impegnato nel montare gli stand della Biennale e che nei mesi scorsi ha lavorato nello smontare quelli della Biennale Arte.

Lavorano per conto della Rebiennale che oltre a montare e smontare padiglioni, si occupa di riciclare il materiale usato per la realizzazione delle stesse strutture. Materiale che sarebbe destinato alla discarica. Anche per loro il lavoro non ha orari, ma questo a quanto pare non pesa.

«Abbiamo deciso di seguirli anche nel nuovo ricorso che presenteranno alla commissione regionale. Ricorso possibile se si dimostra che nella loro vita è cambiato qualche cosa», spiega Vittoria Scarpa. «Io credo che l’inserimento nella società in cui uno arriva, il rispetto delle regole della stessa e un lavoro regolare sono cose che cambiano la vita delle persone. Se poi pensiamo che cancellare tutto questo vuol dire consegnare all’illegalità queste persone, quale vantaggio ne trae il nostro Paese?».