Quotidiani locali

Il concerto

Dylan, la poesia non ha fine

Il Nobel incanta il pubblico a Jesolo con "Never ending"

JESOLO. Il menestrello canta ancora. Dopo 50 album, 2900 concerti e 125 milioni di dischi venduti, rieccolo in Italia, a tre anni dall’ultima tournée. Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, non ha deluso l’altra sera il pubblico di Jesolo, tappa del “Never ending“ tour, il concerto infinito partito dalla California trent’anni fa e mai più interrotto.

Quindici canzoni senza interruzione alcuna, brani della tradizione americana, classici degli anni Sessanta che incantano ed emozionano. Concessione insolita, i due bis nel finale e un inchino al pubblico. Neanche una parola, com’è ormai nell’uso del grande cantautore, premio Nobel per la Letteratura nel 2016, artista che ha segnato la storia della musica dell’ultimo mezzo secolo.

Si parte subito forte, con una splendida “Times are changed”. Colonna sonora di film, ripubblicata su Modern Times nel 2012. «People are crazy and times are strange»: la gente è matta, i tempi sono strani. Band perfetta, melodia, ritmo, sorpresa nelle variazioni di temi universali. C’è tutto il Dylan degli ultimi anni e il pubblico applaude. Ancora un grande classico del primo Dylan: “Don’t think twice it’s alright”, ballata tratta dal celebre Freewheelin, anno 1963.

Il pubblico non più giovanissimo ricorda bene quella serie di perle acustiche che lanceranno Dylan nel firmamento della musica americana. 55 anni dopo, la canzone è ancora dolcissima e carica di significati. Ecco “Highway 61”, capolavoro del rock-blues che dà il titolo a uno dei migliori album di Dylan. Forse ancora oggi il suo preferito, visto il numero di brani eseguiti giovedì sera tratti da quel disco. Dylan è Dylan. Non tocca la chitarra, suona con faccia seria, senza una smorfia, il piano a coda in piedi con le gambe divaricate, gioca con l’asta del microfono quando canta i classici americani degli anni Trenta e Quaranta.

Omaggio al suo ultimo periodo croonies, ma anche ironia sulla canzone classica dell’America tra le due guerre, apertura alle minoranze e ai matrimoni gay. Canta “Autumn leaves”, intona melodie. Ma il pubblico si scalda davero quando riprende il filo della sua storia. “Tangled up in blue”, nascosta nella nuova versione modificata, “Simple twist of fate”, il semplice scherzo del destino dalla struttura perfetta.

E infine il classico dei classici, “Blowin in the wind”. Una delle canzoni più cantate e suonate nel mondo negli ultimi decenni. Anche qui lo scherzo al pubblico consiste nel modificarla fin quasi a non farla riconoscere. I toni della voce, le variazioni anche sulla parte melodica, i tagli. La sintonia quasi perfetta con la sua band. Musicisti di valore, con Stu Kimball e Charlie Sexton alle chitarre, Tony Garnier al basso elettrico e contrabbasso, Donnie Herron al pedal steel guitar e mandolino elettrico, banjo e violino, George Receli - appaluditissimo dopo il solo - alla batteria e percussioni.

E sopra tutti, lui. 77 anni portati benissimo. Riccioli e voce che resistono, emozioni profonde. Una ricerca continua verso nuovi stili e arrangiamenti, una poesia nei testi che gli è valsa il premio Nobel per la letteratura nel 2016. Al momento di concludere il brano, anche se mancano parecchie

strofe, Dylan alza gli occhi dalla tastiera del suo pianoforte e lancia un cenno autorevole alla sezione ritmica. Stop. Inutili gli applausi e i richiami per farlo tornare sul palco. Il saluto fuori ordinanza è già molto per His Bobness. Nuova tappa, l'Arena di Verona. 

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Venezia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO

Sconti sulla stampa e opportunità per gli scrittori