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Gli ex colonnelli: "Quella di Maniero è una trappola"

Parlano gli uomini della Mala del Brenta dopo l'intervista in esclusiva rilasciataci da Faccia d'Angelo: "Sta collaborando, vuole fregarci di nuovo" 

Le rapine, le fughe, i processi: chi è Felice Maniero Felice Maniero ha creato e per 20 anni guidato una holding criminale e una banda di 400 persone che imperversava nel Nord Italia e in Emilia Romagna, con furti, rapine, sequestri, omicidi, traffico di droga e di armi. Dagli esordi nel mondo del crimine alla nuova vita da imprenditore, ecco chi è l’ex boss della Mala del Brenta

VENEZIA. Tranne Giampaolo Manca e l’avvocato Giorgio Pietramala, legale di fiducia di Giovanni Paggiarin, gli altri “mestrini”, e nemmeno i loro legali, hanno voluto rispondere alle affermazioni di Felice Maniero che sostiene come i suoi ex complici si stiano riorganizzando per ritornare a dettare legge nei traffici illeciti, in particolare all’isola del Tronchetto, dove trent’anni fa avevano interessi nel trasporto dei turisti.

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Non vogliono parlare perché, dicono, non vogliono cadere nell’ennesima trappola di Maniero che secondo Manca si vuole accreditare, nuovamente, davanti alla magistratura. Le accuse di Giampaolo Manca. «Ho letto cosa dice il signor Maniero, e non posso esimermi di commentare le sue dichiarazioni» spiega Giampaolo Manca.

«Ne ha fatte talmente tante. Ma la parte che più mi da fastidio, e per dirla con il suo vero nome, rabbia è quando fa riferimento che tutti o quasi sono usciti dal carcere, cita Mario Pandolfo, come l’ultimo rimasto nelle patrie galere. Io mi chiedo perché continuare ancora con questa sua aurea di santo, lui che ha paura dei suoi sodali, come si dice in gergo giudiziario, ma quale paura, lui vuol far credere a tutti questo, perché avrà bisogno di qualcosa dallo Stato, quello statino che si e tirato giù i pantaloni, per assecondarlo in tutto».

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E chiude: «Ci lasci vivere in pace questi ultimi anni di vita da uomini liberi con le nostre colpe e i nostri rimorsi». L’avvocato di Paggiarin. «Voglio ricordare a Maniero che il mio assistito è stato condannato a una pena inferiore agli altri perché non ha partecipato al delitto dei frattelli Rizzi e perché per lui è caduta l’accusa di associazione di stampo mafioso» spiega l’avvocato Giorgio Pietramala», Il mio assistito (tirato in ballo proprio da Maniero ndr) sta cercando un lavoro e non ha certo in mente di occuparsi di altro. Ricordo inoltre che gli è stata sequestrata e confiscata una casa per la legge sulla mafia. E nonostante sia caduta per lui questa accusa non gli è stata restituita».

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L’investigatore. Manca e Pietramala non sono gli unici a non credere alle parole di “felicetto”. L’ultimo investigatore che si è occupato dei “mestrini” è da poco andato in pensione. Come del resto la gran parte di quelli che hanno lavorato all’inchiesta Rialto nata dopo il pentimento di “Faccia d’angelo”. Racconta: «Non so a cosa si riferisca Maniero. Ma voglio osservare una cosa: se fosse vero la sua tesi come si spiega l’arrivo di appartenenti a mafia e ’ndrangheta sul territorio? È emerso di recente dell’esistenza di un gruppo di calabresi che faceva arrivare a Venezia quintali di cocaina, senza dimenticare che un uomo di mafia come il boss Vito Galatolo lavorava al Tronchetto. Erano d’accordo con loro? Nulla di questo è emerso dalle indagini. Tra l’altro, l’unico che gliela ha giurata e Mario Pandolfo e non è certo un mestrino».

L’affare Tronchetto. Trent’anni fa i “mestrini” facevano affari con il trasporto dei turisti con i prestanomi, grazie ai quali reinvestivano il denaro sporco proveniente dal traffico di droga. Tra il 2006 e il 2007, i carabinieri del Ros indagano sulla situazione che si è creata. Nell’operazione Tallero vengono indagate venti persone tra motoscafisti e intromettitori. In questa indagine una delle tesi dell’accusa è che alcune di queste venti persone e in particolare Loris Trabuio sia collegato a parte del gruppo dei “mestrini”, ritornato a investire in quel settore.

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Per questo il pm Stefano Ancillotto, chiede l’arresto dei venti per una serie di reati che vanno dalle minacce all’estorsione, dalla violenza al danneggiamento con l’aggravante dei metodi mafiosi proprio per il collegamento con i “mestrini”. In particolare c’è una telefonata intercettata tra Trabuio e Paggiarin che in quel momento non è in carcere. Il primo ha appena subito l’incendio di una barca e telefona all’altro per lamentarsi. Paggiarin gli dice: “sposta le altre”. La ricerca di collegamenti economici tra i due non porta a nulla. Dall’indagine non emerge nulla che possa confermare il fatto che i soldi dei traffici illeciti dei “mestrini” siano stati investiti nel trasporto dei turisti o in altre attività al Tronchetto.

L’inchiesta alla fine, da un punto di vista giudiziario, porta ben poco. La gran parte degli indagati viene assolta e restano in piedi singoli episodi di danneggiamento e violenza. I gruppo ora. Storicamente il gruppo dei “mestrini” era capeggiato da Gilberto Boatto, 76 anni, che è in carcere e deve scontare l’ergastolo. In carcere condannato all’ergastolo c’è pure Gino Causin, 73 anni. Per lui l’ergastolo è ostativo, come dire: “fine pena mai”. Giovanni Paggiarin, 71 anni, è uscito due mesi fa. Paolo Pattarello, 70 anni, è fuori dal carcere. Anche Paolo Tenderini, 63 anni, è libero. Così come Giampaolo Manca, 64 anni. Ma nessuno li ha più visti insieme.

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