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LA DENUNCIA

«Tornatevene a casa vostra».  Anziana schiaffeggia bimbo

Il piccolo colpito alla mano, aveva schiacciato il bottone sbagliato dell’ascensore. La scena davanti al padre senegalese, il racconto della mamma veneziana

VENEZIA. Siamo nel 2018, ma a quanto pare il colore della pelle è ancora un problema, un grande problema. Messo ancor più in evidenza dalla lettera della studentessa Leaticia Ouedraogo, scritta con la speranza di incontrare chi ha imbrattato i muri dei bagni di Ca’ Foscari con parole razziste, ha fatto riflettere.



«Sono un po’ preoccupata del clima che si respira, anche se il risultato delle elezioni per me è stata la cartina tornasole che sento da molto tempo a livello sociale» racconta Dolores Viero, sposata con il senegalese Alassane e madre di due bambini, di 6 e 4 anni.

«Purtroppo non mi spaventano tanto i partitini di estrema destra, ma il fatto che è sempre più difficile parlare con le persone più disparate perché è molto diffuso un odio irrazionale. Moltissimi ormai ragionano a slogan e gli hater (gli odiatori), soprattutto nei social, sono diffusissimi».

Viero, veneziana del centro storico ma ora residente a Mestre, ha conosciuto Alassane una decina di anni fa, quando insegnava italiano agli stranieri. Una famiglia normale, ma costretta ad affrontare argomenti impegnativi fin da subito con i propri piccoli: «Per fortuna gravi atti di razzismo non sono mai capitati», prosegue, «Però pochi giorni fa mio marito era con i bambini e ha preso un ascensore. Il piccolo ha schiacciato un bottone a caso e una signora di una certa età gli ha dato uno schiaffo sulla mano. Alassane le ha chiesto cosa stesse facendo e lei come risposta ha detto: “Non ne possiamo davvero più di voi immigrati, tornatevene a casa vostra”.

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Questi episodi non fanno bene a nessuno e dimostrano che c’è un tale odio nei confronti di chi ha solo la pelle diversa che fa pensare. Le persone si sentono legittimate a utilizzare un linguaggio violento. Tutto questo poi davanti ai bambini. Se succede noi cerchiamo di spiegare la situazione ai nostri figli, non penso che questo capiti in una famiglia bianca». Secondo Viero, da sempre impegnata nel mondo dell’immigrazione, anche la politica ha la sua responsabilità: «C’è un certo linguaggio che è stato sdoganato anche dalla politica e che adesso è ritenuto normale, ma è un linguaggio violento» prosegue la donna, laureata in Lingue Orientale.

«Pochi giorni fa ho incontrato delle donne bengalesi con una mediatrice culturale e sono stata malissimo nel sentire le loro parole. Mi hanno raccontato che conoscono solo le parolacce in italiano perché quando escono vengono continuamente insultate, soprattutto per il velo, e quindi alla fine si chiudono in casa». Quello che manca secondo Viero è anche un po’ di storia: «Se solo le persone sapessero quanta sofferenza c’è in chi scappa dal proprio Paese, dalle proprie abitudini e dal proprio gruppo di appartenenza» spiega.

«Pochi si fermano a guardare indietro nel passato e a riconoscere che dietro a quelle frase “Tornatevene a casa vostra”, ci sono secoli di colonizzazione in cui noi eravamo a casa loro. Quello che stiamo vedendo ora è il risultato di un processo storico in cui siamo coinvolti anche noi». A volte pensa che forse sarebbe meglio andarsene e far crescere i propri figli in un altro Paese in Europa: «Tra gli slogan c’è quello di dire: se sei qui deve fare tuoi i nostri valori» conclude. «Ma guardando come sta la nostra società mi domando: quali sono i nostri valori?».



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