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Maternità non conteggiata lavoratrice fa causa e vince

Una 45enne in servizio al Marco Polo era stata penalizzata nella carriera

«Alla fine del periodo di congedo di maternità la donna ha diritto di riprendere il proprio lavoro (...) secondo termini e condizioni che non siano meno favorevoli e a beneficiare di eventuali miglioramenti di condizioni di lavoro che le sarebbero spettati durante l'assenza». Le parole della Corte di giustizia europea vengono citate dalla Corte d’appello di Venezia-sezione Lavoro che in una sentenza (la 841 del 2017, con motivazioni depositate il 20 febbraio scorso, pochi giorni fa) ha dato ragione ad una lavoratrice di Aviapartner, addetta di scalo all’aeroporto Marco Polo, che aveva portato in tribunale la multinazionale belga del settore handler per comportamento discriminatorio di genere. L’azienda aveva perso in primo grado e ha fatto ricorso, perdendo ancora.

La lavoratrice, una 45enne veneziana, madre di due figli, non si era vista conteggiare l’assenza per i due periodi di maternità nel computo dell’anzianità di servizio necessaria per la progressione di carriera. Questo perché l’azienda considera l’assenza di malattia (che non blocca il percorso di carriera) rispetto alla assenza per maternità (obbligatoria e facoltativa).

Quello delle differenze retributive e di carriera è tema di stretta attualità: secondo il World Economic Forum, il nostro paese è in 82esima posizione su 144 Paesi in fatto di uguaglianza di genere. E le lavoratrici hanno stipendi del 16,3% più bassi rispetto ai maschi. «Io oggi sono ancora in attesa del quarto livello e del passaggio al terzo di cui ho diritto», ci racconta la lavoratrice veneziana, «mentre i miei colleghi da almeno 5 anni, hanno maturato il terzo livello. E questo a parità di competenze e professionalità. E io ho fatto molte meno assenze per malattia», dice la donna che è stata difesa dall’avvocato della Filt Cgil, Marta Capuzzo, che spiega: «La Corte di Appello di Venezia, confermando integralmente la decisione di primo grado, ha dichiarato la natura discriminatoria del comportamento datoriale osservando come le disposizioni del Testo Unico 151/01 sulla maternità impongano al datore di lavoro di considerare detti periodi di assenza a tutti gli effetti nell’anzianità di servizio e, di conseguenza, anche ai fini dell’avanzamento di carriera. E la Corte veneziana ha richiamato la disciplina posta dalla direttiva 2006/54/CE e, in particolare, il suo articolo 15, che riconosce l’incondizionato diritto della donna lavoratrice di beneficiare, al rientro al lavoro dopo la maternità, degli eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che le sarebbero spettati durante la sua assenza, compreso il diritto di non subire pregiudizi nell’avanzamento di carriera. Sentenza, importante», dice l’avvocato «anche perché promosso con il “rito antidiscriminatorio” previsto dal Codice Pari Opportunità». Modalità di tutela che è pressoché ignota.

«Stavolta Davide batte Golia», dicono dalla Filt Cgil del Veneto cbe ha reso pubblica la sentenza. «Viene riconosciuto il diritto all’avanzamento di carriera anche durante l’assenza per maternità», dice Federica Vedova (Filt Cgil). «In questo caso di parla di handler, ma il problema interessa tanti settori al punto che abbiamo deciso di promuovere altre cause». Si comincia con le assemblee con le lavoratrici per informarle. «Siamo convinti che sia la modalità più adeguata per celebrare l’8 marzo, rendendo praticabile un diritto sancito dalla legge italiana e spesso violato dalle aziende». Per la sindacalista è un paradosso che l’azienda di handler, con sede a Bruxelles, «si distacchi dallo spirito della stessa

normativa europea, richiamata dal giudice sin dal primo grado della sentenza, che vieta qualsiasi comportamento difforme tra uomini e donne, non solo nell’accesso al lavoro ma nel percorso di carriera». Insomma, la battaglia per la parità va avanti.

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